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I Viaggi di Robi

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Simone Bassilichi  (04/10/2007 @ 14:24)
Un bellissimo film; giusto ritmo, piacevole, scorre raccontando uno spaccato parallelo di vita sociale ed individuale. Un po' tutti ci siamo sentiti qualche volta Accio nei confronti di qualcuno, un parente, un amico, un collega oppure il sistema. Al di la' dei giudizi individuali sullo sfondo storico sociale in cui si colloca la vicenda, il regista coglie bene un aspetto importante della societa' civile che si avvicina alla politica; prima ci si schiera per un motivo occasionale (che puo' essere l'adulto rappresentato da Zingaretti che ti ascolta, ti guida e ti fa da riferimento, oppure per seguire una gentile signorina della quale ci innamoriamo) dopo si costruiscono le fondamenta "ideologiche" che giustificano la nostra scelta, ma che sono cosi' fragili da cadere al primo soffio di vento. L'interpretazione di Accio e' ottima, con quella inquietudine che tormenta i giovani di ogni generazione ben rappresentata nel'ultima scena; la Finocchiaro e' bravissima e lo stesso Scamarcio sebbene non riesca per una volta a terminare un film senza la dannazione addosso fa un passo avanti rispetto a "Tre Metri Sopra il Cielo" o allo sceneggiato "Freccia Nera".
Simone Pinchiorri  (24/04/2007 @ 17:04)
Storie di politiche e di vita si incrociano nella adolescenza di due fratelli, Accio e Manrico, nati e cresciuti nella Latina degli anni'60-'70. Daniele Luchetti porta sul grande schermo il romanzo di Antonio Pennacchi "Il Fasciocomunista", cambiandone vari aspetti nella stesura della seceneggiatura con Sandro Petraglia e Stefano Rulli, autori già del grande romanzo di storia-fiction italiana che è stato "La Meglio Gioventù" di Marco Tullio Giordana. "Mio Fratello è Figlio Unico" è un racconto di formazione di due fratelli, la storia di una famiglia di provincia, dove la politica fa da sfondo ad un luogo, Latina, dove la storia del'68 non arriva come nelle grandi città italiane. E' la rappresentazione di un nucleo familiare in cui è difficile emergere. E' la trasposizione cinematografica di una famiglia proletaria, che vive in una casa "traballante", con una madre che vota il "partito delle casette" ed un padre operaio. Questi due personaggio sono i genitori dei protagonisti della storia. Accio, interpretato da un sempre più bravo Elio Germano, è sempre alla ricerca di una fede: prima sente la vocazione cristiana, poi diventa fascista ed infine comunista. Il ragazzo vive un'infanzia turbolenta e la politica è solo il suo specchio dello stato attuale del momento. Accio cresce a modo suo, senza condizionamenti, con accanto un fratello maggiore diversissimo da lui con il quale condivide e non condivide nulla. E' perfino innamorato della ragazza di questo, un amore che però non è corrisposto. Manrico è il fratello "comunista", perfetto, adorato dalle donne e dalla madre, che lotta fino in fondo per i suoi valori, cadendo alla fine nel vortice del terrorismo politico che lo porterà a fare una brutta fine. Luchetti riesce a non fare un film politico, non si schiera, ma a fare un film sulle persone che fanno politica. Grazie anche alle inquadrature strettissime sui personaggi da ancora di più vivacità ad un film che a tratti è in puro stile della commedia italiana anni'60. Ottimo anche il montaggio, curato da Mirco Garrone e la fotografia di Claudio Collepiccolo. Per concludere una menzione di merito va anche ad Angela Finocchiaro, splendida nel ruolo della madre ed a Vittorio Emanuele Propizio, che interpreta egregiamente il ruolo di Accio da bambino.
Riccardo Lascialfari  (17/04/2007 @ 18:34)
Alla sua decima regia, Daniele Luchetti, sorretto dalla coppia d’oro della sceneggiatura italiana Stefano Rulli e Sandro Petraglia, firma il suo film più riuscito (assieme a “Il Portaborse”). Mio fratello è figlio unico è un film generoso e sincero. Profondamente umano. Non è cosa da poco. Visto che nel film si parla molto di ideologie, di “meglio” e “peggio” gioventù, di fascisti e comunisti, il pericolo di annacquare il dettato narrativo nello sterile astrattismo delle contrapposizioni politiche, così accese e violente in quegli anni, c’era tutto. Tratto dal romanzo Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi, pubblicato da Mondadori nel 2003, il film affronta con puntiglio realistico il controverso percorso di crescita di Accio (uno spontaneo e vitalissimo Elio Germano) e del fratello Manrico (Riccardo Scamarcio), divisi da tutto - il primo fascista, l’altro comunista – ma in fondo legatissimi. Nella Latina soleggiata e deserta degli anni ’60 è lo stesso ambiente urbano, con le sue piazze, i suoi edifici, i suoi monumenti a riecheggiare l’ombra di un passato che non passa, quando a comandare e far rigare dritto gli italiani, c’era lui, il Duce. Accio, anche per reazione a un ambiente familiare che sente ostile e indifferente, sbarca il lunario svolgendo qualche lavoretto insieme a Mario (Luca Zingaretti), un venditore ambulante nostalgico del Ventennio. Tra un saluto romano e un “eia eia alalà”, Accio finisce per prendere la tessera del MSI, scatenando l’ira furibonda di Manrico (che nel frattempo è diventato un agguerrito sindacalista di fabbrica) e dei genitori, una madre contrita e sempre più disperata (la bravissima Angela Finocchiaro) e un padre burbero dalla faccia buona, alla Pietro Germi, interpretato da Massimo Popolizio. I due fratelli non fanno che menarsi, discutere, accapigliarsi di fronte a tutto. Con proclami, iperboli, slogan tipici di quegli anni che adesso muovono al sorriso: Accio rimprovera i comunisti di annunciare sempre la rivoluzione senza mai farla, a differenza dei fascisti: !Almeno noi l’abbiamo fatta. Voi non c’avete il core di fa la dittatura!!. È un’epoca di grandi scontri, di litigi, di guerra civile “domestica”. La Storia, senza che i protagonisti ne abbiano vera consapevolezza, corre veloce: dalla crisi dei missili a Cuba al boom economico, dal ’68 alle prime degenerazioni del movimento che darà poi vita al terrorismo delle Br (e sarà proprio Manrico a pagare, con la vita, il prezzo più alto). Sono i rossi e i neri (“tutti uguali! diceva Nanni Moretti!) a scandire gli eventi: tra spedizioni punitive e pestaggi, assalti all’università, collettivi dove si grida e non ci si capisce, visite alla tomba di Mussolini a Predappio. Le due patrie dell’Italia eternamente in conflitto tra loro. Luchetti non perde mai di vista i suoi personaggi: li filma da distanza ravvicinatissima, con più macchine da presa. L’effetto realtà è potente e suggestivo. Il panorama “smosso” dei loro sguardi, delle loro esuberanze mal trattenute, diventa una metafora ben calibrata dei terremoti ancora più devastanti che ridisegnano i confini di una generazione e di un’intera epoca. Aprendone un’altra, forse più pesante, di “piombo” per l’appunto. Ma che vitalità negli sguardi di Accio e Manrico, che energia nel loro voler essere dentro gli eventi, nel considerarsi protagonisti di trasformazioni della società e della cultura che nessun giovane di nessuna generazione ha mai più vissuto da allora. Luchetti si tiene comunque ben distante dalla filosofia del “si stava meglio quando si stava peggio” e riesce, con misura ed efficacia a dipingere un affresco insieme individuale e collettivo di anni molto difficili, pieni di contraddizioni. Lo fa con lo sguardo rivolto alle persone e non alle “idee“ (l’idea fascista che Mario voleva inculcare al giovanissimo Accio), e ci restituisce il sapore di una vita disordinata, illusoria, fanatica ma che si poteva dire vissuta.

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