CINEMA ITALIANO - Una parità ancora lontana
Incidente di percorso o ritorno alle difficoltà endemiche della nostra cinematografia? La 71° edizione dei
David di Donatello ci offre un quadro sfaccettato della presenza femminile nel nostro cinema. Purtroppo, al di là della bella sorpresa delle quattro donne presenti nella categoria degli esordienti, la nuova annata rimane deludente.
Fin dall’annuncio delle short list delle 8 categorie professionali (musica, suono, scenografia, costumi, acconciatura, trucco e, dall’anno scorso, casting) il bilancio era già preoccupante: 8 film diretti da donne citati sui 42 complessivi (19%). Oltretutto menzionati molto meno di quelli dei colleghi maschi: su 133 citazioni, solo 21 a film di donne (15,8%). E fra i 16 documentari segnalati solo due firmati da donne sole (Sophie Chiarello, su Aldo, Giovanni e Giacomo e Anna Negri, sul rapporto con suo padre, Toni) e altri due assieme a uomini: soltanto il 17,7% di donne in un settore tradizionalmente più equilibrato, senza parlare dell’exploit dell’anno scorso con 9 documentari su 15 (60%!).
Ovviamente la novità delle short list può nascondere molte sorprese quando arrivano le fatali cinquine. Ne sa qualcosa Roberto Andò con "
L’abbaglio" che lo scorso anno aveva ottenuto citazioni in ognuna delle 8 categorie ma che, alla fine, non ha avuto alcuna nomination. Quest’anno non ci sono state sorprese così clamorose. Fra le donne, "
Tre ciotole", della spagnola Isabel Coixet, aveva ottenuto 5 citazioni e 4 "
Diva Futura" di Giulia Louise Steigerwalt: si ritrovano con un'unica candidatura rispettivamente per Silvia D’Amico e Barbara Ronchi (come attrici non protagoniste).
Per capire la scarsa presenza delle donne fra le nomination di quest’anno, la loro totale assenza nella cinquina dei migliori registi (erano tre lo scorso anno!) ma anche la bella sorpresa degli esordi, bisogna risalire alle opere prodotte. Nel 2025, dei 118 film iscritti a concorrere ai David (numero in calo dopo il boom degli anni post COVID) soltanto 25 sono firmati da sole donne e due assieme a un uomo (22,9%), mentre fra i 36 esordi ben 11 di sole donne più uno firmato a quattro mani ("
RIP" di Santa De Santis e Alessandro D’Ambrosi): quasi un terzo del totale degli esordi (32%), in continuità con la notevole progressione dell’anno scorso - 33% - dopo il 13,8% del 2023 e il 21,7% del 2024.
Fra le quattro opere femminili della cinquina riservata agli esordi, due non hanno avuto nessun altra candidatura ("
La vita da grandi" di Greta Scarano e
Paternal leave di Alessia Jung) mentre "
Breve storia d’amore" di Ludovica Rampoldi è stato nominato anche per l’attrice non protagonista (Valeria Golino)… E la stessa Rampoldi ha ottenuto una candidatura come sceneggiatrice di "
Primavera" (diretto da Damiano Michieletto). Infine, "
Gioia mia", di Margherita Spampinato costituisce senz’altro la sorpresa dell’anno con 5 candidature: anche sceneggiatura originale, produzione, casting e attrice protagonista (Aurora Quattrocchi). Oltre a queste sei opere di cineaste già citate, il nulla. Quindi sulle 114 candidature complessive (4 cinquine sono diventate delle sestine per via di 4 ex aequo) solo 11 risultano per opere dirette da donne!
L’altro metro di valutazione della presenza femminile nella cinematografia italiana riguarda la presenza delle donne nelle categorie professionali. Tutto sommato fra le due cinquine, 4/10 può essere considerato un buon risultato. Purtroppo, nelle successive categorie più prestigiose, nessuna donna fra i compositori ma nemmeno fra i montatori, categoria in cui di solito le donne si distinguono. Poi, la solita Daria D’Antonio, che pare l’unica voce in Italia fra i direttori della fotografia (per "
La Grazia" di Sorrentino ma è sua anche quella di "
Primavera"), già nominata altre 3 volte fra cui vincitrice (ex aequo) per "È stata la mano di dio", mentre altre autrici della fotografia sono state nominate ma sono francesi: Hélène Louvart et Crystel Fournier.
Una sola canzone è stata scritta e cantata da un’artista, quella di Levante per il film "
Follemente" di Paolo Genovese. Per quanto riguarda i vari reparti che compongono la lavorazione del suono, siamo sempre attorno al 20%, e poco meglio per gli effetti visivi speciali (VFX). Ma quest’ultime sono due categorie che lentamente si aprono ai talenti femminili. Fra gli sceneggiatori, la situazione migliora leggermente; nelle due sotto categorie (originale e non originale), oltre alle già citate Rampoldi e Spampinato che firmano copioni da sole, altre donne hanno partecipato alla scrittura di opere ma sempre con uomini. Complessivamente circa il 35% degli sceneggiatori sono donne.
Per le professioni di consueto maggiormente riservate alle donne, la situazione si conferma decisamente superiore: 3 su 5 dei candidati per le migliori acconciatura, trucco e scenografia sono donne, 4 su 5 fra le costumiste. Fra i casting director, categoria creata l’anno scorso nei David (un anno prima degli Oscar!) la presenza femminile è perfettamente equilibrata fra i sessi. Infine, fra i produttori, ruolo cardine in quanto stabilisce chi farà la regia e che, a sua volta, condiziona la scelta di tutti gli altri collaboratori (il rapporto è di uno a due!), le donne lavorano spesso in società con uomini ma complessivamente la presenza femminile s’avvicina ad un terzo del totale.
Il corpus delle 27 opere del 2025, dirette al femminile, viene trainato dal solo "
Gioia mia" con il suo delicato rapporto fra un bambino e la sua nonna. Ma la qualità complessiva è sicuramente di discreta qualità. L’età media delle autrici si aggira attorno ai 42 anni con Ida Gaeta che esordisce appena trentenne (Fanum, Ombre del passato) mentre Simona Izzo firma il suo sesto film a 72 anni (Francesca e Giovanna), il secondo con il marito Ricky Tognazzi. In aumento sono le opere seconde (8) ma da una parte arrivano dopo moltissimi anni e dall’altra, quando arrivano presto (entro due/tre anni) non sempre confermano le speranze riposte nelle registe. "
Diva futura" di Steigerwalt, "
Io sono Rosa Ricci" di Lyda Patitucci, "
Invisibili" di Ambra Principato e "
Il rapimento di Arabella" di Carolina Cavalli deludono anche se quest’ultima, giovanissima, suggella un forte marchio autoriale. Infine, se si esclude la spagnola Coixet, queste registe hanno realizzato mediamente soltanto due lungometraggi e al massimo 6 (oltre a Izzo, Michela Andreozzi), conferma della difficoltà delle donne di costruirsi una filmografia consistente.
Al centro di quasi tutte le opere, scritte quasi sempre dalle stesse registe (anche se spesso non da sole), figure femminili forti, solari o tormentate, in film intimistici o di genere, ma che rivendicano sempre il proprio diritto a farsi valere. Ad esempio in due opere inclassificabili come "
N-ego" della regista teatrale Eleonora Danco e l’esordio "
Mangia!" di Anna Piscopo in cui le autrici non esitano a mettersi in scena in situazioni sgradevoli. E vale anche ovviamente per le figure di personalità famose o meno conosciute come per il poetico biopic di Paola Columba su Grazia Deledda (
Grazia), l’omaggio un po’ confuso ad Anna Magnani di Monica Guerritore che la interpreta ("
Anna"), la rievocazione di donne pioniere: Mariasilva Spolato, prima donna a rivendicare pubblicamente la sua omosessualità ("
Io non sono nessuno" di Geraldine Ottier) e Francesca Morvillo una delle prime donne magistrato ("
Francesca e Giovanni" di Izzo/Tognazzi).
Il 2025 ha anche confermato il recente interesse delle donne per il cinema di genere. Se il cinema horror al femminile non ha dato quest’anno prove eclatanti, il film “di mafia”
MalAmore di Francesca Schirru si rivela un melodramma crepuscolare convincente. Fra le commedie, l’originale ghost story di "
RIP" (De Santis /D’Ambrosi), l’affettuoso sguardo sull’autismo di "
La vita da grandi" (Scarano), il piacevole affresco familiare sulla genitorialità di "
Unicorni" (Andreozzi) ma anche il romantico divertissement di "
Leopardi & Co" (Federica Biondi) sono tutte opere che lasciano il segno.
Ritroviamo uno spiccato approccio femminile in alcuni drammi fra le opere più emozionanti realizzate. Oltre a Breve storia d’amore (Rampaldi) o Tre ciotole (Coixet), solo a tratti veramente coinvolgenti, spiccano il sottovalutato "
Amata" di Elisa Amoruso che mette a confronto (anche registicamente) due universi che ruotano attorno alla maternità, interpretato da Miriam Leone e Tecla Insolia. Ritroviamo quest’ultima con Carlotta Gamba nel bell’esordio di Sara Petraglia "
L’albero", in cui due giovani ragazze cercano la propria strada, mentre l’adolescente tedesca di "
Paternal leave" (Jung) insegue la sua nel pedinamento del padre biologico che non ha mai conosciuto. Infine, piccolo film davvero coraggioso, "
Io ti conosco" (di Laura Angiulli con Sara Drago) affronta i traumi legati alla violenza sulle donne.
Secondo
Piera Detassis, Direttrice Artistica dei David, “
le autrici trovano più spazio di manovra sugli esordi, dunque dove c'è meno investimento. Viene da porsi un quesito sulla fiducia che si da alle registe", Difatti l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Europeo dell’Audiovisivo conferma che, nel cinema, i progressi nella parità fra i generi sono troppo lenti e che purtroppo l’Italia rimane molto indietro rispetto alle medie europee.
24/04/2026, 07:55
Alain Bichon