VENEZIA 82 - Rosi: "Ho scelto Napoli grazie a Pietro Marcello"
Oggi a Venezia 82, in Concorso, viene presentato
"Sotto le nuvole" di Gianfranco Rosi. Lo abbiamo incontrato.
"Questo documentario è un viaggio attraverso il tempo, lo spazio, la memoria, attraverso il confine invisibile tra ciò che è, ciò che è stato e ciò che potrebbe essere: Napoli è un po' una macchina del tempo, in attraversamento costante di un tempo sospeso".
Perché il bianco e nero? E perché Napoli?
"Penso sempre che ogni mio film sia il mio ultimo, mi piaceva "chiudere" con il ritorno al bianco e nero, come in "Boatman": una scelta che ci costringe a trasformare la realtà in qualcos'altro, ci obbliga a leggerla in modo diverso.
Perché Napoli? Tutto nasce da una battuta di Pietro Marcello, che mi ha detto una volta che da sempre vorrebbe fare un documentario su Napoli, la sua città, ma che non aveva la mia pazienza e la mia devozione. L'ho presa un po' come una sfida, enorme in realtà ma una sfida. Devi anche imparare a guardare in bianco e nero, erano quasi trent'anni che non lo facevo!".
Cosa c'è davvero sotto le nuvole?
"Bernardo Bertolucci, che era presidente di giuria nel 2013 quando vinsi qui a Venezia con "Sacro GRA", mi disse che lo aveva amato perché raccontava anche quello che era fuori dall'inquadratura, che non succede in scena, a Napoli quello che vedi nasconde sempre qualcos'altro. Cosa ricordo di quel successo? Un'emozione inaspettata, unica, irripetibile, davvero commovente.
Volevo le nuvole, perché tolgono le ombre e gli eccessi di luce, a volte abbiamo aspettato settimane per avere la luce giusta! E poi a Napoli le nuvole sono meravigliose, e mi ricordavo quella frase di Cocteau per cui dal Vesuvio nascono tutte le nuvole del mondo... e sapete che libertà non poter lavorare alcuni giorni solo perché c'era il sole?".
Che Napoli ha visto?
"Ho evitato la Napoli turistica (ci sono solo i sotterranei del MANN, il Museo Archeologico di Napoli), abbiamo girato sempre nella Napoli vesuviana, la meno nota, la più legata al passato, in cui c'è quasi un altro dialetto e altre abitudini alimentari.
Il montaggio è stato fondamentale: di solito lo faccio tutto alla fine, stavolta sentivo l'esigenza ogni tot giorni di fare un pezzo di montato, serviva per trovare i contatti tra le varie storie e i vari momenti. Ogni volta cerca un modo diverso di raccontare una storia, un approccio diverso.
Le immagini di archivio sapevo di volerle usare ma cercavo un modo non convenzionale: quando ho visto quei due cinema abbandonati ho pensato che i loro schermi inesistenti potevano essere adatti a ospitarle.
Questo è il mio film meno politico, ma dietro ogni immagine per me c'è una forza di racconto politico e una presa di posizione".
30/08/2025, 14:12
Carlo Griseri