IL BANDITO SONO ME - Il primo romanzo di Paolo Fiore Angelini
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Questa non è Storia. È il racconto di un’agonia”. È la Nota al lettore che apre “
Il bandito sono me” (Edizioni Pendragon) di
Paolo “Fiore” Angelini, riminese trapiantato a Bologna, regista, autore di documentari e fiction per il cinema e la televisione, al suo primo romanzo, in uscita il 6 novembre 2026. L’agonia è quella di un mondo, al confine tra il nuovo che fatica a nascere e il vecchio che si aggrappa alla vita. Da un lato il 1848, i Moti rivoluzionari, l’aria che sa di ferro e incenso, dall’altro il trono saldo di Pio IX: nel mezzo i salotti liberali, dove si discute di Costituzione e Rivoluzione, tutto attorno la miseria delle campagne romagnole, dove i braccianti nascono e muoiono senza alzare lo sguardo alla luce del sole. È in questo clima che nasce Stefano Pelloni, il ‘Passatore’: capo di una banda dove nessuno comanda, anche se la sua opinione è più rispettata, predatore senza bandiere e senza afflati di giustizia, imprevedibile nella spietatezza come nella generosità, dispensatore capriccioso di vita o di morte. Le scorribande sono, per i suoi fedeli, l’unico modo per sfuggire all’immobilità di un’esistenza condannata alla morte come alla vita. Dopo i tentativi, vani, del commissario pontificio Monsignor Bedini di affiliare i banditi alla causa controrivoluzionaria, il Governo chiama il Capitano Michele Zambelli, affidandogli uomini scelti e carta bianca per annientare il Passatore. L’uomo di legge fa terra bruciata attorno al bandito, togliendogli pane e aria e comprando il silenzio o le soffiate della povera gente, il Passatore arranca come un lupo braccato. Un duello tra chi ha tutto da perdere e chi invece non ha mai avuto nulla.
Figura leggendaria e controversa, il Passatore ancora oggi conserva nell’immaginario collettivo tutta la sua carica di fascinazione: fu vendicatore degli ultimi o brutale assassino? "
Per me è il villan pazzo che sovverte le regole di un mondo che sta morendo mentre quello nuovo ancora non è comparso" - dice
Paolo Angelini - "
È lì, in quel passaggio di penombra crepuscolare: il Papa è re e ci sono gli austriaci, e intorno la Rivoluzione è già modernità. Destinato a consumarsi nella propria violenza e a bruciare la terra che calpesta, il Passatore non si immagina vecchio, come Pat Garrett nel West. Quando viene ucciso, il suo corpo viene mostrato nelle cittadine della Romagna fino a Bologna: molti lo vedono cadavere ma pochi credono che sia davvero morto".
Frutto di anni di ricerche documentaristiche e letterarie, il romanzo condensa in pagine secche e visive l’uomo, il bandito ma pure un tempo e un mondo, restituito attraverso la scelta linguistica del dialetto italianizzato nei dialoghi, per “dare una voce” alla Romagna di metà Ottocento non altrimenti immaginabile. "
Una terra selvaggia di miseria e ribellione e violenza, tra la macchia e lo Stato" - continua Angelini - "
Mi piace pensarlo come un western in cui la figura complessa e ambigua di Passatore incarna la rabbia generazionale che rifiuta l'ordine e ne accetta le conseguenze più dure". Muore a 27 anni, il Passatore, come le rockstar del nostro tempo. E parla ancora all’oggi. "
è una figura eternamente viva, pronta a riemergere soprattutto quando il mondo si ritrova nella penombra" - conclude Angelini - "
perché è nella natura umana ribellarsi, anche dove sembra impossibile poterlo fare".
07/11/2026, 18:03