FESTA DEL CINEMA DI ROMA 21 - "Figli perduti",
un saggio filmico sul valore dell’amicizia
È “liberamente ispirato a una storia vera” il notevole esordio di
Lorenzo Maria Chierici alla regia di un lungometraggio:
Figli perduti racconta infatti con grande libertà stilistica ma altrettanto grande rigore registico la parabola esistenziale di Daniel Zaccaro (Matteo Oscar Giuggioli), un ragazzo di Quarto Oggiaro che dalle rapine in banca passa alla vita nella comunità di recupero Kayròs, ideata e gestita da don Claudio Burgio (Alessandro Gassmann).
Il film adotta inizialmente il registro dell’heist movie, subito sporcandolo (anche graficamente) con il linguaggio della commedia italiana per poi approdare a un tono prevalentemente drammatico: la rapina da fighetti finisce ovviamente male e così per Daniel e per il suo amico fraterno Manu Benka (Andrea Dodero) si aprono le porte del carcere.
Nonostante l’attenzione dello spettatore venga catturata dalla carismatica interpretazione di un eccellente Giuggioli (David Rivelazioni Italiane 2025 per Hanno ucciso l'Uomo Ragno - La leggendaria storia degli 883), uno degli aspetti cardine dell’opera è la scelta di costruire sulla vicenda un film corale, in cui i legami con gli amici – in particolare con Benka – e con don Claudio accompagnano e costellano i cambiamenti della vita del protagonista. Nella prima parte del film, Daniel esiste in funzione degli altri, in relazione agli altri e in opposizione agli altri. Chierici adotta qui uno stile di regia molto immersivo (camera a mano, piani ravvicinati, montaggio rapido) che ci cala sia nel mondo fisico e relazionale del protagonista, sia nella percezione che di questo mondo ha il protagonista: ce ne fa condividere la fisicità corporea e sensoriale attraverso una texture particolare dell’immagine, una fotografia satura, una commistione di formati differenti e di diversi effetti ottici (panoramiche a schiaffo, soggettive, zoom). Daniel esprime attraverso il proprio corpo i suoi affetti, i suoi dubbi, i suoi pensieri, le sue perplessità: la regia ne sottolinea ogni sfumatura, cadendo talvolta in un eccessivo didascalismo (come al primo incrocio di sguardi con don Claudio) ma riuscendo a comunicare lo spirito confuso e destabilizzato di un ragazzo che ha disperato bisogno di un punto fermo e di contatto fisico.
Se dunque il contatto fisico viene sottolineato dal ripetersi di abbracci, tocchi e manifestazioni di affetto e/o violenza di varia natura, la ricerca di un punto fermo a livello morale e psicologico non può che approdare a don Claudio, destinato inevitabilmente a ricoprire per il protagonista il ruolo di mentore.
Il vero dramma della vita di Daniel non è rappresentato infatti dall’arresto e nemmeno dalla detenzione: è la presa di coscienza – esplicitata nel bellissimo monologo notturno rivolto al prete – del fatto che “devi sempre sapere perché fai quello che fai, chi sei, cosa vuoi”. La necessità di una particolare presa di posizione, di una scelta che inevitabilmente scontenti qualcun altro o abbia conseguenze indesiderate, di quell’atto di fiducia verso l’altro ma in realtà verso sé stesso è per il ragazzo il passo fondamentale per una piena riappropriazione del suo destino. Come in ogni romanzo di formazione ritroviamo allora la graduale e difficile risalita dell’eroe (animato da buon senso e desiderio di cambiamento) e l’inevitabile ricaduta, funzionale alla catarsi finale: non aggiungiamo dettagli per non incorrere nello spoiler, anche se la vicenda è nota.
Ecco dunque che nell’ultima parte del film lo stile cambia: una regia più sobria, più statica e geometrica accompagna Daniel nel ricongiungimento con quella parte interiore di sé che era seppellita da anni di rabbia e frustrazione. E il doppio finale, con quel flashback che scombina le carte come quello di Napoli-New-York, è mirabile per come usa la messa in scena al fine di visualizzare un concetto poetico, trasformandolo da astratto a concreto. Retorica dell’immagine e nell’immagine: Figli perduti è, in fondo, anche un saggio filmico sul valore dell’amicizia.
Del resto, “Nessun uomo è un’isola…”, no?
19/10/2026, 08:38
Alessandro Guatti