VENEZIA 83 - Un commento finale al concorso internazionale
Ventuno film in concorso per il
Leone d'Oro alla
Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, un bilancio complesso da fare ma doveroso al termine di un'edizione sicuramente diversa dalle più recenti, caratterizzata da una maggiore ampiezza di "tipi" di cinema e senza vincitori già annunciati alla vigilia.
Partiamo dai premi, che hanno visto totalmente esclusa l'Italia. A dominare è stato "
Woman Unknown" di May el-Toukhy, film danese, unico a essere diretto da una regista in una competizione tutta al maschile (con l'eccezione parziale di "Naza"). La giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal ha assegnato il maggiore riconoscimento a una pellicola tesa e intensa, che riflette sul corpo della donna e sui soprusi che deve subire in modo acuto e di grande impatto, merito anche di Mathilde Arcel, premiata con la Coppa Volpi (un doppio riconoscimento francamente eccessivo, interpretazioni femminili di qualità non mancavano).
Il premio più scontato alla vigilia era la Coppa Volpi maschile, vinta da John Malkovich per "
Wild Horse Nine" di Martin McDonagh, film dal grande ritmo e dalla grande ironia (macabra: ridere dei delitti della CIA nel corso del tempo è davvero impresa ardua), costruito intorno alla sua magistrale interpretazione.
Due premi sono andati al cinema francese (solo "
Un peu avant minuit" di Nicolas Pariser, il meno convincente del lotto, è rimasto a secco): la migliore sceneggiatura è quella di "
Un bon petit soldat" scritta da Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce (solida, calibrata, efficace), il Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente ha visto trionfare la giovane Malou Khebizi per il film "
15/18" di Cédric Kahn: un talento vero, una prestazione che rimane.
L'Estremo Oriente era presente con tre autori di prima fascia: Shinya Tsukamoto con "
Mr. Nelson, did you kill people?" ha fornito un'opera non pienamente riuscita, mentre Kore-eda Hirokazu ha commosso la platea con il delicato "
Look Back", storia di due ragazzine aspiranti mangaka tratto da un fumetto ma capace di "parlare" a un pubblico molto vasto. Lacrime, ma non solo. L'unico del trio a portare a casa un premio è stato però il coreano Lee Chang-dong con "
Possible Love", Gran Premio della Giuria. Remake del capitolo "Non desiderare la roba d'altri" di Kieslowski (seconda parte della rielaborazione del suo "Decalogo") è un'opera di grande respiro, capace di aprire molti spunti di riflessione con la consueta raffinatezza.
La situazione politica internazionale è stata rilevante per gli ultimi due riconoscimenti ufficiali: la Russia è stata bandita dal concorso, ma il transfugo Ilya Khrzhanovsky è stato accettato con il monumentale capitolo finale della sua saga "
Dau", progetto ventennale e mastodontico che gli è valso un meritato premio alla migliore regia. Dal conflitto israelo-palestinese arriva invece l'emozione per "
Naza" di Yuval Abraham e Rachel Szor, due degli autori del documentario premio Oscar "No man's land": chi segue le vicende narrate non trova molto di inedito e la forma cinematografica è estremamente basica, ma il Premio speciale della giuria potrà far veicolare maggiormente un film che va fatto vedere a chi non vuole, ancora oggi e nonostante tutto, capire.
Veloce panoramica dei film internazionali non citati: l'apertura con "
Ink" di Danny Boyle è stata molto frenetica e partecipata, ma la pellicola risente di una inconcludenza nella seconda parte che inficia il giudizio finale (peccato), così come non ha convinto l'altro titolo "giornalistico" del concorso, "
Primetime" di Lance Oppenheim con un Robert Pattinson in costante overacting (la patina A24 data alle immagini è evocativa ma sterile). La scarna e non convincente selezione statunitense comprendeva anche "
Company" di Casey Affleck, un film nel film nel film molto d'atmosfera ma troppo dilatato per essere apprezzato al meglio in questo contesto. Ali Asgari con "
A Bit of Light" regala un'altra perla della sua filmografia, ma il suo lavoro - proposto quasi a fine festival - è passato un po' sottotraccia (la speranza è che venga riscoperto all'uscita in sala).
Tutto legato alle interpretazioni dei rispettivi cast il discorso relativo agli ultimi due titoli, "
Bunker" di Florian Zeller (un po' troppo patinato per ciò che si propone di essere ma con una coppia Penelope Cruz-Javier Bardem estremamente convincente, specie lei); "
Bucking Fastard" di Werner Herzog è caratterizzato dalla recitazione "sincronizzata" delle sorelle Rooney e Kate Mara, ma per il resto è troppo manchevole.
Resta l'Italia, con cinque film in concorso e nessun premio. "
Succederà questa notte" ha presentato un Nanni Moretti romantico, che sa parlare d'amore e di sentimenti, di coppia ma non solo. Tra infiniti inseguimenti e qualche fraintendimento, il film - che potrebbe convincere una larga fetta di pubblico - resta forse un po' indietro sul fronte del coinvolgimento ma sa - a tratti - divertire ed emozionare.
Andrea Pallaoro ha azzardato prendendo in mano l'ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, ma "
The Echo Chamber" resta più che altro a un livello puramente teorico: la cura formale dell'immagine, che da un lato affascina e riempie lo schermo, rende ardua l'empatia con personaggi troppo abbozzati per essere davvero compresi.
Divertente e dal grande ritmo è "
Il fuoco che ti porti dentro" di Edoardo De Angelis, che si macchia di un peccato meno veniale di quanto sembri (la "mamma" Vanessa Scalera ha solo tre anni più del "figlio" Lino Musella) ma espia costruendo una sceneggiatura a orologeria, grazie al talento degli interpreti che rendono vero ogni passaggio e a un sapiente uso degli spazi scenici.
I due film che ci hanno convinto di più, sul versante italiano, sono quelli forse meno quotati alla vigilia: Paolo Strippoli con "
L'Estranea" prosegue il suo percorso nell'horror con un'eleganza formale crescente, effetti speciali ben calibrati e un cast perfetto. Un elevated horror all'italiana, che se non ha convinto la giuria potrà farsi apprezzare dal pubblico in sala. La tensione è costante, la visione è un crescendo di emozioni, e il finale non delude.
Infine Marco Bechis, con "
Ritorno a Buenos Aires": un film estremamente coinvolgente che riesce ad essere universale, potendosi allargare dal racconto della dittatura argentina a qualsiasi altro conflitto (ma anche ad altre situazioni traumatiche della vita). Potente, fisico, illuminante.
16/09/2026, 18:00
Carlo Griseri