LA STAZIONE - Un esordio importante, una
nuova fase per il cinema italiano
“La Stazione”, esordio alla regia di Sergio Rubini, venne presentato in anteprima alla Settimana della Critica di Venezia nel 1990, dove vinse il Gran premio al miglior film. Celebrato immediatamente dalla critica italiana, e riconosciuto anche dal pubblico nella stagione 90-91 (l'incasso superò il miliardo di lire), è ora tornato disponibile grazie al restauro 4k realizzato nel 2021
pubblicato in Blu-ray da Home Movies nel 2026.
Un'ottima occasione per apprezzare al meglio un lavoro raro, costruito con pochissimi elementi (quasi un'unica location, tre attori principali, un racconto che si sviluppa in un'unica notte) ma scritto con grande attenzione – a partire dalla piece teatrale di Umberto Marino che per tre anni è stata portata in scena dallo stesso cast del film, Sergio Rubini ovviamente, e gli allora ancora poco noti
Margherita Buy ed Ennio Fantastichini.
La trama. Domenico è un capostazione timido e abitudinario, chiamato al turno di notte in una piccola stazione della campagna pugliese. La sua ritualità viene stravolta quando una giovane donna, Flavia, ben vestita e decisamente altolocata, arriva per prendere il primo treno per andarsene, visibilmente agitata e vogliosa di fuggire da quell'angolo isolato di Puglia. Il primo convoglio passerà dopo ore, una violenta e continua pioggia inizia poco dopo il suo arrivo e il sempre più pressante tentativo di Danilo, il fidanzato di lei, di convincerla a tornare sui suoi passi spingeranno la donna e il capostazione a stringere sempre più la loro conoscenza, trovando un'inattesa sintonia.
Ispirato dai racconti che il padre dello stesso Rubini – che in una piccola stazione pugliese lavorò una vita – gli faceva quando era bambino, il copione punta sul realismo, è scritto con sincerità e in modo diretto racconta la storia di un piccolo eroe per caso, un uomo semplice chiamato a un'esperienza straordinaria. La sincerità del film è acuita dalla scelta – scontata ai tempi, quasi impensabile oggi – di girare in una vera stazione, con veri treni (ne passano sei in tutto, nella notte, a punteggiare gli eventi), vera “finta pioggia”, vere attrezzatture.
“La Stazione” arrivò al cinema per un'intuizione di Domenico Procacci, che aveva conosciuto Rubini sul set di un altro esordio, quello di Giuseppe Piccioni di cui era protagonista (“Il grande Blek”): Procacci era convinto della qualità del copione teatrale e delle sue potenzialità cinematografiche, e decise di investire compiendo un grande sforzo, dando a Rubini la convinzione in se stesso che aveva perso – dopo i primi successi da attore, con Fellini in primis, seguirono alcuni flop importanti – e che come regista di cinema non poteva ancora avere.
Buy e Fantastichini si rivelarono perfetti, così come già avvenuto a teatro. Lei in particolare era alla prima grande prova e iniziò con “La Stazione” la sua collezione di premi, su tutti il Nastro d'Argento e il David di Donatello per la migliore interpretazione femminile (in entrambi i casi, Rubini vinse anche lui come miglior regista esordiente).
Un'opera prima preziosa, che resta legata a una tradizione importante del nostro cinema (in tv nella notte c'è – non a caso - “In nome della legge” di Pietro Germi, stesso autore de “Il Ferroviere”, nonché padre di Francesco, che de “La Stazione” era l'aiutoregista) ma guarda in avanti, al tentativo (riuscito) di costruire un posto di primo piano per una nuova generazione di talenti (Rubini aveva 29 anni ai tempi delle riprese).
Se l'ambiente in cui si svolge il racconto è uno solo, una sorta di rifugio/prigione, “La Stazione” è tutt'altro che un film immobile, teatrale, statico.
Se oggi l'idea di una produzione che sceglie di girare in Puglia, di un accento evidente (ma non caricaturale), di una storia locale e decentrata ci appare “quasi” usuale, ai tempi in cui Procacci e Rubini si misero al lavoro tutto ciò non sembrava possibile.
Se i nomi coinvolti in questo progetto oggi sono tra i più noti e sentiti del cinema italiano, così non era nel 1990, in cui erano solo dei giovani di belle speranze che con caparbietà si costruirono la loro chance.
“La Stazione” è stato per molti anni un ricordo sempre più sbiadito di una stagione importante del cinema italiano recente. Ora è di nuovo visibile, in una copia di grande qualità che restituisce al meglio lo splendido lavoro compiuto da ogni comparto della troupe. Un'occasione imperdibile.
03/07/2026, 12:27
Carlo Griseri