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GRIDO - Filmare il “teatro crudele” della vita


GRIDO - Filmare il “teatro crudele” della vita
Pippo Delbono è sicuramente uno dei più interessanti autori italiani che sta lavorando su una forma innovativa di linguaggio cinematografico che utilizza mezzi “low fi” per raccontare delle storie personali e molto emozionanti. Spesso Delbono utilizza il cellulare per entrare nei suoi racconti che diventano diari e sguardi di un uomo sempre alla ricerca di una poesia e di un’ urgenza espressiva vitale e disperata. I film di Delbono sono una discesa nella gioia e nei dolori di una vita (la sua) che l’autore cerca di filmare e di documentare passo dopo passo. Il cellulare (delle volte anche una piccola camera amatoriale) diventa quasi l’espansione dell’occhio e della mano, un organo aggiunto ad un corpo che danza e si immette in una realtà che deve essere per forza di cosa catturata e fermata, per essere vissuta più intensamente.

Nel cinema di Delbono non esiste un soggetto scritto a tavolino, poche volte il regista si affida al testo ( assai limitante ) della sceneggiatura classica, il suo cinema è fatto di immagini accumulate nei viaggi, nelle tournee, negli incontri a giro per il mondo. Delbono accumula immagini delle sua vita, poi con un montaggio lungo ed elaborato, grazie anche ad una sensibilità eccezionale per le scelte musicali e del ritmo, riesce a darci sempre dei film che sono fatti della stessa sostanza del sangue. Come nel bellissimo "Grido", forse uno dei suoi film più propiamente “strutturati”, nel quale si sente la presenza di una troupe e di una tecnica più elaborata, ma che non perde per questo la potenza figurativa e poetica dei suoi film più indipendenti come "La rabbia" e "Amore e Carne".

Anche in "Grido" è la storia stessa del regista a guidare lo spettatore in un montaggio creativo e appassionato che rimanda ad un gusto per l’avanguardia e per il cinema indipendente degli anni’70. Tanta musica, pop, classica, sinfonica accompagna il regista in un viaggio nella Napoli dei suoi ricordi, accompagnato da Bobò, attore sordomuto che ha incontrato nel manicomio di Aversa e che è diventato uno dei componenti fondamentali della sua compagnia teatrale. In "Grido" si incrocia anche la vicenda umana che Delbono, racconta nel testo teatrale di Racconti di Giugno, la rievocazione di un passato romantico e violento, fatto di viaggi, teatro, amori e malattia. Mi piace vedere il cinema di Pippo Delbono come un completamento più intimo e personale della sua ricerca teatrale, che forse ha un’impostazione più corale e pirotecnica. Nel teatro di Delbono c’è meno tempo di ragionare e di pensare, la scena diventa un’arena dove il corpo si batte fino in fondo per sopravvivere all’assalto e all’impeto dell’emozione, causata dalla musica e dal movimento frenetico dello scorrere del tempo. Nel cinema “da camera a  mano” di Delbono si sente invece una voglia di intimità e di confessione che spiazza e sorprende sempre. Forse la realizzazione concreta della tanto chiacchierata “caméra - stylo” del grande indimenticato Astruc?

05/02/2014, 16:10

Duccio Ricciardelli