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"Figli delle Stelle": un film ancorato alla realtà attuale


Per quanto non eccessivamente innovativo e poco ricercato, "Figli delle Stelle" con Claudia Pandolfi, Fabio Volo, Giuseppe Battiston, Pierfrancesco Favino, Giorgio Tirabassi e Paolo Sassanelli, è un’opera che riesce a parlare dell’oggi in modo antiretorico e costruttivo, riuscendo a tratti a divertire.


“Figli delle Stelle” è il quarto lungometraggio di Lucio Pellegrini, che arriva a sette anni di distanza da “Ora o mai più”, un film toccante ed esemplificativo di una generazione che si innalza molto al di sopra di un’opera di più consueto intrattenimento.

“Figli delle Stelle” riprende la strada dell’esordio del regista, “E allora mambo”, e del successivo "Tandem”, sempre interpretato da Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu che poi hanno purtroppo optato per la televisione; il nuovo film di Pellegrini da venerdì nelle sale ritorna insomma sui binari della commedia, cercando di rinverdire i fasti de “I soliti ignoti” con un buon occhio a un certo cinema americano d’autore, vedi i fratelli Coen, che funziona anche agli occhi del grande pubblico.

Per quanto le intenzioni siano buone ed il risultato rispettabile, il tutto finisce per risultare già visto e a tratti purtroppo un po’ banale e debole. Anche se l’analisi psicologica non era nelle intenzioni dell’autore, il tocco appare incerto proprio perché i personaggi non sono sufficientemente approfonditi ed anzi a volte lasciati un po’ a loro stessi. Pellegrini pare non decidersi tra una narrazione lineare ed una più volutamente discontinua ed a ritroso, ed il racconto appare così poco compiuto e quindi non abbastanza incisivo. In breve non si ride mai veramente e ci si appassiona poco alle sorti dei personaggi dal momento che il dramma è volutamente, e magari giustamente, assente. “Figli delle Stelle” suona così un po’ un ibrido tra quello che è e quello che poteva essere, tra quanto assomiglia a ciò che già si è visto e quanto poteva riuscire diverso con un lavoro più coraggioso ed approfondito sulla sceneggiatura. Il finale poi, per quanto poetico, appare proprio per questo fuori luogo oltreché costruito e non troppo credibile. Il film rimane comunque un apprezzabile ritratto di una generazione allo sfascio, quella dei nostri giorni ormai privi di saldi punti di riferimento, ed un ottimo saggio di interpretazioni degli attori (solo per citarne alcuni gli attivissimi Pierfrancesco Favino, Giuseppe Battiston e Giorgio Tirabassi, quest’ultimo ancora sul grande schermo con “La pecora nera” di Ascanio Celestini).

“Mi interessava prima di tutto fare un film che fosse direttamente ancorato alla realtà che viviamo”, ha precisato il regista durante la conferenza stampa. “Siamo partiti da una serie di osservazioni basate sulle persone che sono incapaci di aderire a coloro che dovrebbero rappresentarli, e così abbiamo iniziato a costruire questo nostro lavoro”.

“Per quanto a tratti grottesco e sopra le righe il film parla di un disagio reale e molto radicato in noi, estremamente attuale”, ha continuato Lucio Pellegrini. "Volevo anche raccontare dell’ipocrisia ben viva nella nostra società, un dato di fatto praticamente innato e tipico di noi. La scommessa era infatti quella di provare a raccontare del fatto che la situazione politica e sociale che viviamo in un qualche modo ce la meritiamo. I personaggi del film comunque sono tenuti insieme proprio dal loro disagio e dal loro comune malcontento. Ci tenevamo a fare una commedia perché sono questi i film che ci piacciono, quelli che appunto, grazie ad una tonalità di questo tipo, permettono di riuscire a sorridere ed allo stesso tempo di affezionarsi ai personaggi che vengono "raccontati.

21/10/2010, 08:26

Giovanni Galletta