Recensioni di :
- TFF37 - "La nostalgia della condizione sconosciuta" di Andrea Grasselli


Sinossi *:
Ettore è un cantautore fuori dagli schemi classici: i suoi testi e le sue ballate sono impregnate di un misto di quotidiana ritualità e di leggerezza surreale.
Il documentario si muove mostrando la crisi dell’uomo-artista nel momento cruciale della sua vita; il film racconta, infatti, il momento di svolta del musicista: la sua decisione di abbandonare il palcoscenico e di non suonare più in pubblico. Questo rifiuto di suonare in pubblico, non significa però un allontanamento dalla musica o dalla forma espressiva, ma consiste in una presa di posizione personale per riflettere sulle sue modalità espressive. Il film indaga questi momenti di intimità e di ricerca nel quotidiano dell’artista, e cerca, discretamente, di osservare, per mostrare che cosa vuol dire dare un nuovo senso alla propria esistenza.
Il documentario, nel suo incipit, mostra tutti i piani della rappresentazione che verranno in seguito ripresi, approfonditi e collocati in un quadro più ampio; in seguito dichiara l’interrogativo cardine del film, direttamente attraverso le parole di Ettore: «il mio ruolo? è interpretare al meglio me stesso; senza recitare, però». Attorno a questa domanda e alle sue molteplici risposte si sviluppa il documentario, e come un vortice cattura lo spettatore dentro di sé mostrando tutti i corto circuiti emotivi ed esistenziali.
Dopo una prima parte apparentemente lineare e introduttiva, si intuisce subito che sotto alla superficie delle semplici immagini di attività quotidiane, comincia ad infiltrarsi un’ossessione continua che cresce fino ad esplodere.
Ricercare la nostra personale identità per noi stessi e la stessa nostra identità per gli altri soggetti che gravitano attorno a noi. Esplorare chi siamo, ma soprattutto come ci rappresentiamo e perché abbiamo bisogno di creare per noi e per gli altri, una rappresentazione di noi stessi. I due poli della rappresentazione: da un punto di vista interno, la costruzione per noi stessi di un’identità personale; da un punto di vista esterno, la costruzione, per chi è attorno a noi, di un personaggio. Questo dualismo, tra personaggio privato e personaggio pubblico, inizia a sovrapporsi quando colui che è guardato è anche colui che guarda; si crea così un corto circuito in cui l’occhio che guarda modifica ciò che è guardato. A quel punto il ruolo sociale della persona, se inserito in un contesto narrativo, diventa anche ruolo drammaturgico.
Il racconto del film fluttua sulla ricerca esistenziale sull’uomo, sulle sue esigenze, i suoi bisogni, le sue pulsioni, le sue paure, i timori, sull’identità, sulla rappresentazione. Sono quindi queste tematiche che costringono il documentario ad interrogarsi sulla propria funzione e sulla propria espressività. La conseguenza è la forma cangiante. Il documentario fin a quel punto osservativo, diventa partecipativo, acquistando nuove forme espressive: l’auto-ripresa che riflette l’auto-analisi e l’auto-espressione dell’artista; tratti surreali nel quotidiano, come nelle parole dei brani scritti del cantautore; la messa in scena per mostrare gli stati emotivi più profondi.
La ricerca dell’uomo-Ettore, nella sua tragedia e comicità, è un lungo percorso di liberazione e accrescimento. La strada verso la condizione sconosciuta è lunga e tortuosa; e grazie alla sensazione nostalgica, fallace e potente, porta a desiderare una condizione esperienziale lontana e immateriale, che probabilmente soltanto con le emozioni più profonde si può tentare di interpretare e raggiungere.
Dal dualismo iniziale ben delineato da Ettore stesso, tra persona e personaggio, nel corso della narrazione questa linea di divisione si assottiglia sempre di più, fino ad arrivare ad un momento di crisi e di rottura totale. A questa fase di perdizione completa, delle centomila possibilità interpretative delle propria esistenza, ne segue un momento di rinascita, di cambio pelle, in cui nuove passioni e nuove espressioni artistiche e creative prendono corpo.
Nel libro La vita quotidiana come rappresentazione il sociologo Erving Gofmann scrive: «Qualunque ne sia l’origine, sembra che gli uomini abbiano bisogno di contatti sociali e di compagnia sotto un duplice profilo; da un lato essi necessitano di un pubblico davanti al quale recitare le proprie vanterie, dall’altro di compagni di équipe con i quali entrare in intrighi segreti e rilassarsi nel retroscena.»

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