Sinossi *: Dieci giorni, dieci notti, undici giovani. Un’antica pieve, oggi sconsacrata e divenuta residenza privata: un gruppo di giovani che si dà appuntamento lontano dal tumulto del mondo, fra le colline sopra il Lago Trasimeno. Un unico sogno che diventa un unico obiettivo: lavorare ad un progetto che sia in grado di portare la loro voce in ogni angolo del Paese. Una voce che non ha avuto voce, ma che il mondo deve finalmente ascoltare. Trovano un antico manoscritto del pievano che aveva curato il luogo nella prima metà dell’Ottocento: la testimonianza di uomini di altri tempi, ma che a loro suona come incredibilmente attuale. Un ponte tra passato e futuro. I ragazzi lo leggono e ne traggono ispirazione per le loro riflessioni. Mentre il loro progetto prende corpo, li seguiamo confidarsi, confrontarsi e così quasi “ricreare” un mondo che, là fuori, pare aver smarrito la strada. Li accompagniamo e li osserviamo durante i lavori quotidiani per gestire il casale. Il silenzio della natura e quel luogo pieno di storia fanno da sfondo ai temi che stanno loro più a cuore: la pandemia come evento spartiacque nella storia, la responsabilità personale e collettiva, la ricerca di relazioni vere, l’urgenza di recuperare un senso di comunità, la spiritualità in un mondo materialista, quale futuro pensare e costruire da questo presente. Nascono altre idee, canzoni, storie che devono viaggiare… Una prospettiva nuova e ricca di speranza sul tempo critico che stiamo attraversando.
Un’avventura appassionante per i suoi protagonisti, ma anche per il suo regista, Massimo Selis, che così spiega il valore del documentario in un confronto generazionale tanto potente: “Se riduciamo il cinema a narrazione di storie, dovremmo smettere di farlo e di guardarlo. La letteratura vince a mani basse. Perché lì la narrazione spalanca le porte all’immaginazione; non aggredisce, ma sospinge. E allora il cinema? Esso ha, secondo me, il compito di farci sperimentare la “dimensione intermedia”, di rendere in un certo senso “visibile” l’invisibile. Alcuni grandi autori ce lo hanno mostrato. Il vero territorio del cinema non è il mondo esteriore, ma il mondo dell’anima. E lì vigono altre regole, altre assonanze. Anche nel documentario dobbiamo provare ad addentrarci in questo regno. Un regno che sia all’autore che allo spettatore chiede una cosa tanto umiliata quanto indispensabile: la fiducia. Con E se ora, lontano, ho provato ancora una volta ad esplorare questo regno".
Note:
L’idea dietro al documentario - Gli autori-produttori raccontano
“La storia di E se ora, lontano parte durante il lockdown del 2020, quando abbiamo iniziato ad osservare come vivevano e reagivano i ragazzi a quella realtà che ci ha travolto tutti.
Come genitori osservavamo le nostre figlie e i loro amici e ricevevamo testimonianze da altri genitori e insegnanti da tutta Italia. Abbiamo notato fin da subito che in alcuni giovani c’era uno sguardo diverso, non banale e importante sul mondo, sugli adulti, su quello che stava succedendo, che però non trovava spazio. Ci eravamo accorti che molti adulti volevano parlare dei giovani, ma mancava la voce dei protagonisti. Quasi che gli adulti volessero spiegare ai giovani chi sono i giovani.
Noi abbiamo voluto fortemente che fossero i giovani a parlare, a raccontarsi, a dire agli adulti come vedono il mondo. Non abbiamo quindi voluto dare la parola agli esperti ma solo ai giovani. È stato poi scelto come sottotitolo dell’opera “un’altra voce esiste”, un’altra prospettiva sul mondo e sul tempo che stiamo vivendo. Il nostro intento era trovare voci “diverse”, spiazzanti anche per noi adulti, voci che fossero il risultato di un’elaborazione interiore. Non un semplice sposare ideali e slogan confezionati da altri. Voci di chi ha attraversato la foresta e ha una prospettiva nuova.
Per “scovare” giovani da ogni parte d’Italia che avessero qualcosa da raccontare, ci siamo affidati a conoscenze dirette e indirette, sia di adulti che di giovani.
Abbiamo inoltre diffuso pubblicamente dall’autunno 2023 comunicati per promuovere il progetto e cercare testimoni. Per imparare a conoscerli abbiamo svolto lunghe chiacchierate con loro, cercando di metterli a loro agio per tirare fuori le loro idee più personali, nascoste. E i ragazzi sono stati sorprendenti, perfino commoventi in alcune loro riflessioni. Era importante creare un’alleanza con questi giovani, avere la loro fiducia. Molti ci chiedevano se eravamo i soliti adulti che vogliono stigmatizzare e raccontare i giovani a modo loro.
Noi iniziavamo l’ascolto di ogni testimonianza, dopo aver spiegato bene chi eravamo noi e il perché del progetto, con la domanda “Secondo te, ci sono cose di cui non si può parlare?”.
Gli incontri sono durati molti mesi (da dicembre 2023 a ottobre 2024).
Da questi dialoghi sono emersi temi ricorrenti in testimoni diversi che nemmeno si conoscevano. Temi che stavano a cuore e avevano interrogato tanti di loro. Da questi temi è partita l’ossatura e la parte documentaristica del film. Sono i temi che sono stati affrontati durante le riprese insieme ad altri che sono emersi durante la convivenza.
Nel frattempo dovevamo dare una struttura filmica al progetto. L’ispirazione è venuta pensando al Decameron di Boccaccio e ai giovani che durante la peste si ritirano in un casale appartato sulle colline. I nostri giovani non raccontano novelle, ma loro stessi.
Dieci giorni, dieci notti, undici giovani che convivono, si raccontano e si interrogano su grandi temi proponendo una loro visione sulla realtà e su questo tempo, lavorano alle faccende quotidiane e cooperano alla realizzazione di un progetto artistico: una radio libera. Come nell’opera di Boccaccio i giovani fiorentini raccontando le novelle quasi “ricreano” il mondo allora dilaniato dalla peste, i protagonisti del film, attraverso i loro dialoghi “socratici” ricreano questo nostro mondo attraversato da molte crisi.
È quindi un’opera ibrida che mescola l’osservazione documentaristica, con la finzione.
Il titolo nasce da una suggestione di uno dei testimoni che definì questa residenza lontano da tutto come la possibilità di prendersi il tempo di osservare il mondo da lontano per metterlo meglio a fuoco.
Come location cercavamo un casale antico o dal sapore rustico e abbiamo pensato subito al centro Italia, sia come ambientazione, sia per far convogliare i ragazzi che vengono sia da nord che da sud. Abbiamo valutato diverse regioni e luoghi, ci siamo fermati a Pian di Marte sul Trasimeno, un’antica pieve di cui si hanno tracce fin dal 1100, segnalataci da un nostro caro amico musicista umbro. Un luogo che è stato interamente ristrutturato circa 20 anni fa, oggi privato, e dove si trova anche un’antica chiesa sconsacrata alla fine del secolo scorso, meta di studi per ricercatori universitari per alcune sue particolarità. Da subito abbiamo avuto l’impressione che in questo luogo anche le pietre parlassero. Non era facile trovare una location che rispondesse a tutte le esigenze registiche e produttive, ma questa le ha soddisfatte tutte. C’è una ricchezza di spazi esterni che ha permesso di diversificare le riprese e di far svolgere ai ragazzi tante attività.
Una volta scelti i protagonisti a novembre 2024, per sei mesi abbiamo svolto regolari incontri di gruppo a distanza, oltre a fare nuove chiacchierate singole per scoprire se nel passare dei mesi erano sorte nuove riflessioni e per chiedere ad ognuno cosa avrebbe voluto portare di suo nel film. Qui li abbiamo conosciuti ancora meglio, abbiamo scoperto altri loro talenti, quanti di loro suonano, cantano, scrivono canzoni, dipingono. I ragazzi si sono resi conto di avere tutti in comune una profonda e sincera ricerca di senso, ma di non essere ovviamente d’accordo su tutto. Durante le riprese noi adulti tutti, troupe e proprietari della pieve, ci siamo stupiti della capacità dei protagonisti di ascoltarsi in modo attivo, di non parlarsi sopra, di fare sintesi delle diverse visioni. Noi autori ci siamo resi conto che oltre la voce dei giovani questo film avrebbe raccontato un’esperienza di comunità e comunione, la testimonianza che è possibile lavorare ad un progetto facendo tutti un passo indietro.
I ragazzi hanno suonato e cantato molto, soprattutto vecchie canzoni e improvvisazioni. Hanno svolto lavori manuali con dedizione vera. Hanno immaginato come realizzare dei programmi radio e hanno dato un nome alla radio. Hanno composto ed eseguito una canzone per il film, sul tema del superare il dolore. Hanno scelto la conchiglia come simbolo della loro residenza e hanno dipinto un piatto con essa. Anzi due, uno è rimasto alla pieve e uno agli autori.
La loro testimonianza oggi è che ciò che è accaduto, ciò che hanno vissuto durante il periodo delle riprese, è stata un’esperienza talmente grande da creare un legame indissolubile. Questa loro capacità di guardarsi senza pregiudizi, di leggersi in profondità l’uno con l’altro, l’abbiamo vista accadere durante le riprese. È stato bellissimo sperimentarlo dal vivo perché non era prevedibile né un qualcosa di
costruito. Ed è bellissimo vedere che tutto ciò non solo non si è spento ma continua a vivere. Forse questa è la nostra più grande soddisfazione: che il film ha saputo andare oltre il film.
E crediamo che lo si può percepire chiaramente se lo si guarda con la giusta disposizione interiore.”