FESTIVAL DEI POPOLI 67 - “Le Cose che Posso Cambiare”:
Un gruppo di ragazzi e ragazze crea un
laboratorio sulla parità di genere a Firenze
Un viaggio tra stereotipi, educazione, rappresentazione e parità di genere. Un film nato nelle scuole fiorentine, realizzato da ragazzi e ragazze liceali, che dimostra quanto sia necessario imparare a guardare il mondo con occhi nuovi.
“
Le cose che posso cambiare”, il documentario di
Serena Mannelli e
Federico Micali, è stato selezionato per il Festival dei Popoli di Firenze e proiettato domenica 8 novembre 2026 al Cinema La Compagnia.
Tutto nasce dal lavoro di un gruppo di ragazzi e ragazze che ha allestito uno spazio condiviso nel quale lavorare insieme per individuare gli ostacoli alla parità, mettere in discussione gli stereotipi e aprire un confronto che coinvolgesse anche le scuole. Il risultato è un percorso articolato in diverse parti e capitoli - Parole e pensieri, Rosazzurro, Lavori di un certo genere, e altri - che mette a nudo contraddizioni, pregiudizi e disuguaglianze spesso così radicati da diventare quasi invisibili. È un bellissimo esperimento collettivo di educazione, consapevolezza e partecipazione.
Emma, una delle ragazze, ripete più volte una frase di
Angela Davis, che attraversa idealmente tutto il documentario: "
Non voglio più accettare le cose che non posso cambiare, voglio cambiare le cose che non accetto", una dichiarazione di intenti molto chiara da cui prende spunto anche il titolo del film.
Il lavoro mostra chiaramente quanto il genere, i ruoli e le aspettative vengano costruiti e trasmessi fin dall’infanzia, attraverso l’educazione, gli oggetti, le immagini e gli spazi che abitiamo. Ma soprattutto il linguaggio, a cui è dedicato un buon approfondimento.
Il lavoro nelle scuole è probabilmente uno degli aspetti più belli e commoventi dell’intero progetto. Attraverso giochi, esperimenti e momenti di confronto con bambine e bambini della scuola primaria, emergono riflessioni che sorprendono per lucidità e profondità. Colpisce vedere quanto i più piccoli siano capaci di cogliere le contraddizioni del mondo adulto, quando viene dato loro lo spazio per esprimersi liberamente. Un bambino di circa sette anni utilizza persino la parola «patriarcato». È difficile non fermarsi a riflettere. Da dove arrivano certe consapevolezze? Quanto incidono l’educazione ricevuta, le parole ascoltate in famiglia, i modelli osservati e le aspettative degli adulti sul modo in cui bambini e bambine imparano a percepire se stessi e gli altri, le altre? Si parla di consenso, di rispetto, di relazioni e di educazione sessuo-affettiva: temi che dovrebbero poter essere affrontati a qualsiasi età e che invece continuano a incontrare resistenze.
Il lavoro sul territorio fiorentino - il film è interamente ambientato e girato a Firenze - restituisce inoltre un legame autentico tra il progetto e la città. Le sue strade, i suoi monumenti, le scuole, i negozi e i luoghi dello sport diventano parte dell’indagine. Ad esempio: nella città, sono 1.227 le strade dedicate agli uomini e appena 127 quelle intitolate alle donne. Una sproporzione impressionante, che restituisce plasticamente la marginalità della presenza femminile nella memoria pubblica. Tra i nomi maschili troviamo banchieri, uomini di potere e figure considerate illustri; le poche donne presenti sono in maggioranza sante e beate.
Anche la Loggia dei Lanzi diventa oggetto di una lettura diversa. Il Ratto delle Sabine e il Ratto di Polissena, opere considerate meravigliose, vengono osservate con occhiali nuovi: sono rappresentazioni di stupri e di violenza maschile sulle donne. Quanto il nostro sguardo è stato educato a considerare normali, o persino a celebrare, determinate rappresentazioni della sopraffazione?
Il documentario si sposta poi nei negozi, dove i ragazzi e le ragazze conducono vere e proprie esplorazioni sul campo. Qui emerge un altro confine, apparentemente innocuo ma profondamente significativo: quello tra il reparto maschile e quello femminile. Da una parte bambole, giochi rosa e oggetti legati alla cura; dall’altra pistole, fucili, costruzioni e Lego. Un mondo diviso in due, nel quale persino il gioco sembra avere il compito di insegnare ai bambini e alle bambine come dovrebbero essere e chi dovrebbero diventare.
Un altro capitolo è dedicato allo sport e, in particolare, al mondo del calcio. I ragazzi e le ragazze incontrano le squadre giovanili maschili e femminili della Fiorentina per indagare le dinamiche degli spogliatoi, i pregiudizi e le differenze di trattamento.
Non manca, inoltre, un’interessante analisi della rappresentazione di uomini e donne nel cinema, nella musica e più in generale nella cultura popolare. Il documentario allarga così il proprio sguardo, intrecciando dimensione sociale, culturale e politica, e mostrando come gli stereotipi non vivano soltanto nelle grandi dichiarazioni ideologiche, ma si riproducano quotidianamente nelle immagini che consumiamo, nelle parole che utilizziamo e nei modelli che continuiamo a trasmettere.
Quello che colpisce è soprattutto il metodo. È un vero esperimento, un laboratorio collettivo in cui si osserva, si discute, si fanno domande e si prova a cambiare prospettiva insieme. E il fatto che a portarlo avanti siano ragazze e ragazzi, e che i maschi siano così coinvolti e così giovani, rende tutto ancora più significativo. Si assiste a una vera e propria messa in discussione dei modelli maschili e c’è vera cooperazione nel gruppo: segno che si può fare, perché il patriarcato fa male a tutte e tutti.
È impossibile non restare colpiti dall’intelligenza, dalla sensibilità e dalla consapevolezza dimostrate da questi ragazzi e ragazze.
Il documentario restituisce una fotografia cruda e drammatica di quanto siamo ancora lontani e lontane da una parità di genere reale e concreta. Nonostante tutto, non c’è rassegnazione. Ed è proprio qui che sta la bellezza di questo progetto: c’è la possibilità di intervenire, di educare, di cambiare le cose partendo da ciò che abbiamo vicino. Di cambiare ciò che non accettiamo. A partire dalle scuole, dai territori, dalle relazioni e dai piccoli gesti quotidiani. E parte dalla consapevolezza che, per cambiare il mondo, bisogna prima imparare a guardarlo.
Un film educativo, intelligente, necessario. Anche la realizzazione è riuscita: incuriosisce, non è pesante. È anche profondamente commovente perché vedere una generazione di ragazze e ragazzi che non si accontenta di ereditare il mondo così com’è, ma prova a comprenderlo e a trasformarlo, restituisce una bella dose di fiducia.
08/11/2026, 12:49
Marta Bello