Note di regia di "E' andata così"
La realizzazione di un film è come una nave che affonda. Giorno dopo giorno imbarca acqua da tutte le parti. Sempre di più. Ma ognuno di noi ha un secchio in mano. Inizi il primo giorno pensando che sarà un capolavoro. Al terzo cominci a fantasticare di strani passaporti che ti permettano di scappare sotto un’altra identità in sud America. Ma ognuno di noi ha un secchio in mano.
Non c’è tempo. Non c’è mai tempo.
Ma tu ci stai dentro. Sei ai bordi di Gargantua (Interstellar), lo spazio e il tempo si dilatano e si contraggono e tu guardi il sole e invece, per via del cambio tra riprese diurne e notturne, è la luna. Ti confondi. Ed è bello questo confondersi. Insieme all’innamoramento è l’unica droga più bella. E tra di noi non ci si parla più, ci si suda. Ed è molto interessante parlarsi solo sudandosi.
È interessante perché è il linguaggio del film. Non è più il tuo. E’ quello che, dopo una doccia, sentirà lo spettatore. Cioè il film. E ognuno di noi ha un secchio in mano. Grazie agli attori i ‘personaggi’ non esistono più. Sono diventati persone. Vere. E stanno lì davanti a te. È incredibile, non ci puoi credere. Fai finta di niente e con una fitta di gratitudine verso gli attori vai avanti anche perché non c’è tempo.
Tutt’intorno al casolare i campi di grano tagliato sono bruciati dal sole, il cielo è azzurro, le nuvole camminano lente e incuranti, sono bianche. Una volpe di notte viene a mangiare i ‘cestini’ della troupe. I topi corrono da tutte le parti. Siamo dentro a una canzone.
E ognuno di noi ha un secchio in mano.
Il film credo che parli in modo insolitamente libero e divertente della nostra difficoltà ad accettare la finitezza delle cose. Soprattutto se declinata nella dimensione complessa delle relazioni sentimentali che poi alla fine, stringi e stringi, di che cosa siamo fatti? Così il ‘fallimento’, lo scoprirsi fragili e vulnerabili, vivere l’infrangersi delle illusioni contro lo scoglio delle cose, la pioggia obliqua e disordinata delle imperfezioni di cui siamo fatti, il dolore della delusione, della sconfitta, come assorbirle e farne qualcos’altro e andare avanti diversi?
Ma poi è possibile?
Queste erano le domande. La cosa che mi permetteva di continuare a fare il film era che non trovavo le risposte.
A un certo punto Cecilia dice: “Le famiglie da cui veniamo non le scegliamo le subiamo. Quelle che ci creiamo noi ce le infliggiamo”. Non è più il tempo per dare ‘la colpa’ ai genitori. Anche se non vorremmo oggi i ‘protagonisti’ siamo noi. Anche per questo credo che mi faccia davvero molto ridere.
Gianni Zanasi