ALICE NELLA CITTA' 24 - Intervista alla regista
Irene Z’graggen sul cortometraggio "Mara"
Come nasce l'idea di Mara?
Irene Z’graggen: "
Mara" nasce dall’incontro casuale con un ragazzo kosovaro che mi ha raccontato la sua storia. Da bambino ha vissuto per un periodo in macchina, dopo che i suoi genitori hanno deciso di trasferirsi dal Kosovo in Italia. Quell’immagine mi è rimasta dentro e mi ha riportata a una dimensione molto intima, nella quale ho ritrovato qualcosa della mia infanzia e della mia curiosità verso il mondo esterno e alla fantasia che poi ne derivava. Ho fatto ciò che mi viene più naturale: intrecciare una storia reale con una sensazione personale, più profonda, che sentivo il bisogno di raccontare. Quella bambina dentro quell’auto è, in parte, anche me, pur non avendo vissuto la sua esperienza. Questo cortometraggio rappresenta il risultato della ricerca che ho svolto per la mia tesi di laurea, “Infanzia Negata”, dedicata al cinema d’infanzia. Mi interessava esplorare un’infanzia dura, difficile, in cui il bambino trova comunque un modo per evadere, attraverso la fantasia o le possibilità che la realtà gli offre. È un tema che ho cominciato ad affontare con Kaliz, il mio primo cortometraggio, e che ho continuato ad approfondire in "
Mara".
Mara è un cortometraggio molto intimo... La Storia di una bambina che vive in una macchina con il padre...
Irene Z’graggen: Mi interessava raccontare il loro legame, quella vicinanza che vivere in uno spazio così piccolo rende inevitabile. La macchina è il luogo in cui Mara si sente protetta perché c’è suo padre, ma è anche uno spazio che comincia a starle stretto, mentre fuori c’è un mondo che la incuriosisce. Per me era importante che il padre fosse una figura amorevole, con le sue fragilità: cerca di prendersi cura di Mara e di proteggerla con i mezzi che ha, anche se a volte quella protezione finisce, senza volerlo, per limitarla. Mi interessava la complessità di questo amore, la distanza che può esserci tra il desiderio di fare il bene di qualcuno e riuscire a comprenderne i bisogni. Volevo avvicinarmi a questa contraddizione attraverso lo sguardo di Mara, lasciando spazio ai gesti, ai silenzi, alle piccole cose che accadono tra loro. Per me l’intimità del film sta lì: nel tentativo di raccontare il bisogno di stare vicini e, allo stesso tempo, il desiderio di scoprire qualcosa oltre quel legame. Mara sente il richiamo del mondo esterno e, attraverso la fantasia, trova un modo per avvicinarsi alle possibilità che le offre, per immaginare un posto anche per sé.
Nel film hai lavorato molto nei "piccoli spazi", Come ti sei "mossa"?
Irene Z’graggen: Mi interessava molto la sfida di girare quasi interamente in macchina. Uno spazio così limitato mi ha portata a concentrarmi ancora di più sull’interiorità di Mara, sulle piccole cose, sui gesti che dentro quell’abitacolo acquistavano un peso diverso. Durante la scrittura mi chiudevo in macchina per ore. Avevo bisogno di capire con il corpo che cosa significasse stare lì così a lungo: come muoversi, cercare qualcosa da fare ma soprattutto come si percepisce il mondo. Questo mi ha aiutata a costruire le scene e, poi, a dirigere la piccola Anita.
Come hai scelto gli attori?
Irene Z’graggen: Desideravo che gli attori fossero kosovari, per mantenere un legame con le origini del ragazzo che mi aveva raccontato la sua storia. Ho quindi contattato un amico che sapevo venire dal Kosovo e lui mi ha parlato della sua cuginetta, Anita. Non aveva mai recitato prima, ma quando l’ho conosciuta ho sentito subito che era lei. Attraverso Anita sono entrata nella vita di una famiglia meravigliosa, che mi ha accolta e mi ha aperto il cuore. Gabriel, che interpreta suo padre, è anche il suo papà nella vita, e Sofia è la sua sorellina minore. È stata un’esperienza bellissima, costruita insieme a loro. Nel film è entrato anche qualcosa del loro legame, di una vicinanza che esiste oltre la macchina da presa.
Il corto è stato realizzato nel tuo percorso alla NABA. Ci parli di questa esperienza e di cosa ti porti dentro?
Irene Z’graggen: Non avevo previsto il percorso in NABA, inizialmente: prima facevo tutt'altro. Poi, a un certo punto, la vita mi ha fatto capire quanto avessi bisogno di fare ciò che mi faceva stare bene. Ero lontana dal mondo del cinema, non ne sapevo quasi niente, ma sentivo la necessità di esprimermi, di raccontare, di parlare attraverso quest’arte. Il percorso in NABA mi ha formata a 360 gradi. Credo sia importante per un regista comprendere come funziona la macchina del cinema e conoscere, almeno in parte, ogni ruolo che compone un set. Ero entrata con il desiderio di fare documentari. La realtà mi ha sempre affascinata: già prima di iniziare questo percorso passavo intere giornate a osservare la vita degli altri, quello che mi succedeva intorno. Poi, soprattutto al secondo anno, con il primo corso sul cortometraggio di finzione tenuto da Eros Gioetto, ho scoperto quanto mi piacesse mescolare realtà e finzione, fino a farle diventare un tutt’uno. È stato anche un modo per conoscermi e capire come portare il mio sguardo sulla realtà dentro il cinema, attraverso la messa in scena. È questo che mi porto dentro: una maggiore consapevolezza del mio sguardo e degli strumenti con cui posso esprimerlo. I miei progetti nascono ancora oggi da questo incontro tra ciò che osservo e ciò che immagino.
21/10/2026, 12:04
Simone Pinchiorri