Note di regia di "Tutto l'Universo"
Tutto l’universo nasce dal desiderio di raccontare la storia di Marta, una donna che ha vissuto ai margini della
propria esistenza, relegata in un ruolo che le ha impedito di immaginare una vita diversa. Sono sempre stato attratto dalle vite non realizzate - esistenze interrotte, anonime, in cui per distrazione o per colpa sembra sempre troppo tardi per cambiare, per vivere davvero. Mi interessa esplorare quel momento in cui una persona si accorge di non aver vissuto abbastanza, di non essere arrivata dove voleva. Marta incarna un passaggio universale nelle nostre vite: il momento in cui ci confrontiamo con le scelte fatte, con ciò che è stato e ciò che forse non sarà mai. Questo “più tardi” diventa, per lei, un momento di consapevolezza che segna un nuovo inizio. Il film segue il suo percorso in modo realistico, ma scivola progressivamente in un tono sospeso del quotidiano, alterato dallo sguardo impulsivo e disperato della protagonista. Questo contrasto tra realtà e desiderio è il cuore pulsante del racconto. Tutto l’universo si inserisce in una riflessione più ampia sul ruolo della donna nella società contemporanea, sulla libertà di autodeterminazione e sulle pressioni familiari e sociali. Al centro del racconto c’è una figura femminile che fatica a trovare un’identità, divisa tra l’eredità di un’immagine tradizionale e il desiderio di esprimersi liberamente. Il film mette inoltre in evidenza uno scontro tra generazioni, percezioni e sensibilità: attraverso la figura della madre di Marta, si evoca il mondo rurale, con le sue radici e i suoi silenzi, in contrasto con un presente segnato dall’incertezza, in cui l’individuo cerca un’affermazione personale più che un senso comunitario di famiglia e affetto. Il film ha il tono di una sfida sempre più pressante, un accumulo di ostacoli, difficoltà che Marta sembra incapace di superare. C’è un senso di claustrofobia e disagio, che ricorda i film dei fratelli Dardenne, in cui la realtà diventa una trappola da cui è impossibile uscire. Ma alla fine, ciò che Marta si trova davanti è un confronto con una sconfitta inevitabile - una sconfitta che forse si trasforma in accettazione di sé.
Matteo Damiani