IL LABIRINTO - Film girato al cimitero del Passo della
Futa, una riflessione sull’assurdità della guerra
Volge il suo sguardo verso un cimitero monumentale il documentarista emiliano
Alberto Gemmi, nel suo nuovo film, “
Il Labirinto”. Siamo al Passo della Futa, tra la Toscana e l’Emilia-Romagna, in un paesaggio montano dominato dal verde delle foreste e dalle cime collinari e montuose. In questo luogo incantato, nel 1969 è stato eretto, dall’associazione tedesca Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge, un cimitero di guerra, nel quale riposano le salme di oltre trentamila soldati tedeschi, caduti in Italia nel corso del secondo conflitto bellico mondiale. Un’opera architettonicamente unica, a forma di labirinto (come richiamato dal titolo del film), composta da una grande spirale muraria in pietra che si adagia imponente e misteriosa lungo la dorsale di una collina, progettata dall’architetto Dieter Oesterlen e dal paesaggista Walter Rossow.
La sensazione che il luogo sacro comunica, attraverso il film di Alberto Gemmi, è di meditazione e spiritualità. Si percepisce che l’intento del regista è ben lungi dall’essere la glorificazione o l’esaltazione della guerra: al contrario, vedere in questa sorta di eremo montano, edificato in un luogo dalla prorompente vitalità naturalistica, i nomi delle migliaia di giovani tedeschi caduti nel nostro paese, fa riflettere, una volta di più, sull’assurdità della guerra, della violenza, dell’uomo ucciso per mano di altri uomini. Riflessioni che sembravano ormai relegate alle pagine della storia, ma che tornano purtroppo oggi di grande attualità, in un mondo nel quale sono in corso nuove cruente e sanguinose guerre. Quello che inizialmente sembra essere un film che indaga sui luoghi e sulle architetture, si rivela così essere un’opera che propone una profonda riflessione sulle contraddizioni e l’assurdità della guerra.
A rendere ancora più profondo questo aspetto introspettivo che il cimitero comunica, grazie al film di
Alberto Gemmi, anche un rito laico che qui si ripete ogni anno: quello della compagnia teatrale Archivio Zeta, che da oltre vent'anni va in scena, proprio in questi luoghi, mettendo in scena, tra le tombe, “La montagna incantata” di Thomas Mann. Un testo fondamentale della letteratura mondiale, nato dalla penna di uno scrittore tedesco, che a sua volta va ad indagare nelle spire dell’animo umano a confronto con la malattia, la morte, l’amore, ambientato nel sanatorio di Davos, nel quale vivono una serie di personaggi alla vigilia della Prima Guerra mondiale, dalla quale verranno presto spazzati via.
Immagini d’archivio, voci del passato e i testi di Cesare Pavese, conferiscono al film uno spessore espressivo ancora più importante. Le riprese essenziali e asciutte, una fotografia che restituisce in modo autentico la bellezza dei luoghi, le parole ieratiche degli attori, fanno di questo documentario un’opera che porta lo spettatore ad un respiro meditativo, ad una introspezione profonda.
09/06/2026, 07:50
Elisabetta Vagaggini