ALDAIR. CUORE GIALLOROSSO - Il ritratto intimo di un campione
“
Aldair. Cuore Giallorosso”, diretto da
Simone Godano, è un documentario dal tono intimo, che compie un viaggio sentimentale dentro il legame tra un uomo silenzioso e riservato e una città che non ha mai smesso di amarlo. Il film racconta la figura di
Aldair, storico numero 6 della Roma, soprannominato “Pluto”, arrivato nella squadra della capitale dopo due anni bui della storia giallorossa e diventato un simbolo di speranza.
Il documentario parte da un’idea semplice ma molto efficace: un tifoso romanista vola in Brasile per incontrare
Aldair e provare finalmente a conoscere davvero l’uomo dietro il mito. Perché, come viene detto nel film, tra Aldair e Roma esiste un amore enorme, quasi inspiegabile, eppure della sua vita privata si è sempre saputo pochissimo. Da qui nasce il racconto, che alterna video d’archivio, immagini storiche, testimonianze e momenti più personali girati tra Rio de Janeiro e Bahia, terra d’origine del campione brasiliano.
Il film mostra la dimensione umana di un fuoriclasse rimasto incredibilmente semplice, umano, umile. Aldair è un campione “atipico”: silenzioso, riservato, quasi timido. Non ama parlare di sé, non cerca mai di mettersi al centro dell’attenzione, e forse è proprio questo, insieme alla sua eccezionale bravura, ad averlo reso così speciale agli occhi dei tifosi romanisti.
Ancora oggi, a sessant’anni, vive con un’umiltà sorprendente, lontanissima dall’immagine stereotipata dell’ex stella del calcio. Le immagini della sua quotidianità in Brasile colpiscono molto.
Belli anche gli interventi delle persone che hanno condiviso con lui pezzi di vita e carriera. Tra questi: un amico d’infanzia, un fratello, ma anche Francesco Totti, Fabio Capello e molti altri. Il ritratto che ne emerge è quello di un uomo profondamente amato e amabile dentro e fuori dal campo. Carlo Verdone regala una delle riflessioni più intense sul rapporto quasi viscerale tra i tifosi della Roma e la squadra giallorossa: “
Noi diamo fiato ai giocatori, è come se giocassimo anche noi”.
Il documentario è molto curato dal punto di vista visivo. Infatti, le riprese in Brasile hanno colori caldi, vivi, quasi nostalgici, e le fotografie dell’infanzia di Aldair aggiungono delicatezza al racconto. Claudio Amendola è la voce narrante, particolarmente azzeccata, che accompagna bene la narrazione, dandole quel tono romanista e popolare che il progetto cerca fin dall’inizio.
Tra i momenti più emozionanti c’è il ricordo del Mondiale vinto dal Brasile, un passaggio che restituisce tutta la grandezza calcistica di
Aldair senza mai osannarlo.
L’unico elemento che a tratti convince meno è forse la figura del tifoso che accompagna il viaggio in Brasile. L’idea funziona, perché permette allo spettatore di avvicinarsi ad
Aldair attraverso gli occhi di chi lo idolatra da sempre, e permette anche di immedesimarsi in lui, ma in alcuni momenti il suo entusiasmo appare un po’ eccessivo e invadente, creando una sensazione di disagio in chi osserva.
Nonostante questo, resta un documentario sincero, emotivo e sorprendentemente delicato. Non parla soltanto di calcio, ma di memoria, affetto e identità. E alla fine lascia addosso una sensazione di gioia malinconica che nasce quando si incontrano persone capaci di restare autentiche anche dopo essere diventate leggende.
22/05/2026, 15:51
Marta Bello