NEL TEPORE DEL BALLO - Se il passato diventa specchio?
Gianni Riccio conosce gli studi televisivi come conosce la propria faccia. Amato dal suo pubblico fedele, di quella fedeltà che si riserva a chi intrattiene senza disturbare, la sua è una vita costruita al millimetro come fosse una scenografia in cui tutto è visibile ma poco è reale. Uno scandalo finanziario improvviso apre per lui le porte del carcere, conducendolo verso il mar Adriatico dove ha trascorso l’infanzia, in quella Jesolo in cui i ricordi di bambino affiorano nitidi per ridare linfa a paesaggi in disuso. Nella desolazione del lido orfano della stagione balneare, incontra l’ex moglie Clara in difficoltà economiche, alle prese con un ordine esecutivo di sfratto. Quando Gianni decide di giocarsi il tutto per tutto per tornare in televisione e trasformare la sua caduta in puntata e il suo dolore in format, saranno quelle stesse desolazioni a ricordargli che l’impalcatura non può reggere solo sulla menzogna.
Cosa succede quando il passato smette di essere rifugio e diventa specchio?
Dopo quella che sembra la prima e violenta presa d’atto della sua vita, Riccio, un
Massimo Ghini in stato di grazia, entra negli studi televisivi per ricostruirsi uguale (e fedele) a se stesso e al suo entourage. La conduttrice – una monumentale
Giuliana De Sio – gli offre una nuova giovinezza col suo pubblico bulimico, da riconquistare a suon di colpi di scena per presto dimenticare le noiose défaillance giudiziarie. Per farlo, la donna calibra la commozione sullo share, usando il dolore altrui come materiale drammaturgico architettato al millesimo. Ma lo scandalo rivela la complicità del protagonista non solo con chi adesso lo mette in scena per restituirgli visibilità, ’la morta’ di De Sio, ma anche e specialmente con una televisione che ha fatto del dolore uno strumento d’ascolto spietato. È come se Avati ci stesse dimostrando come il perturbante di questo film abiti nella piena luce del salotto di casa. Da un cinema che costruiva l'orrore nel fuori campo, nelle attese, nel non detto e nell’inespresso, qui l'orrore è in primo piano, e il primo piano è tutto.
Isabella Ferrari a viso scoperto, nei panni del primo amore che Riccio ha lasciato andare per non portare peso durante la salita verso il successo, adesso che la salita è finita, si fa salvezza. Ferrari che tiene tutto sotto la dignità della misura, in contrasto con la tracotanza del contenuto televisivo, trattiene l’emozione per far arrivare le cose col giusto tempo. È solo guardandola che Riccio capisce quanto rinnamorarsi di Clara significhi ritrovare l'uomo che era prima di diventare un format. L’amore, quindi, come atto di archeologia, anche se probabilmente è troppo tardi.
Mentre la prima parte porta troppo – l'infanzia di Riccio, la voce registrata della madre morta di parto, il padre lasciato irrisolto da Raoul Bova – tutto materiale che sulla carta ha senso ma in scena si accumula, la fotografia di
Cesare Bastelli individua da sola la riflessione più onesta del film nel dialogo immaginario tra lo studio televisivo e Jesolo. Tutta la portata del dialogo con la memoria avviene quando Riccio entra nel corridoio degli studi dopo la caduta, il contrasto tra la luce piatta che livella senza tempo volti e corpi in minidress luccicanti, e quella dei luoghi d’origine, sempre laterale, che sa già di congedo, dice più di quanto dica la scrittura di un’infanzia interrotta. È infatti quando sparisce il peso dell’origine e resta la domanda su cosa rimane di tanto dimenarsi che il film respira. Clara, la televisione, lo specchio, la tinta per capelli che scivola via con l’acqua. Meno materiale, più pressione su quello che c’è e sulla tensione verso l’inevitabile. La verità è nascosta negli occhi bassi di Clara, lei da sola vale il racconto intero sulla memoria.
La scelta di Avati di girare con una macchina da presa sola per Ghini e De Sio è terreno fertile e familiare, in cui la lunghezza dell'inquadratura aggiunge invece di pesare; ma una scelta che nel complesso non sempre fa la fortuna del resto del cast, meno a proprio agio nei tempi lunghi imposti dalla regia. Ciononostante è chiaro come a ottantasette anni il regista emiliano giri con la libertà di chi ha smesso di dover dimostrare qualcosa.
Nel tepore del ballo è un film frammentario in grado di mostrare con lucidità la nostalgia di un tempo presente che si salda all’amore – più che al passato – come unico modo che certi uomini conoscono per ritrovarsi.
30/04/2026, 13:11
Olivia Fanfani