BIF&ST 17 - UN ANNO DI SCUOLA, intervista a Laura Samani
Dal 9 aprile 2026 al cinema con Lucky Red il nuovo film di
Laura Samani, “
Un anno di scuola”, presentato all’82esima edizione del Festival del Cinema di Venezia (che ha premiato il protagonista Giacomo Covi), e poi al Bif&st di Bari. Ambientato a Trieste nel 2007, il film racconta le vicende di Fred (Stella Wendick), diciottenne svedese esuberante e coraggiosa, che arriva in città per frequentare l’ultimo anno di un Istituto Tecnico. Si ritrova ad essere l'unica ragazza in una classe di soli maschi e catalizza l'attenzione di tutti, in particolare quella di tre amici: Antero, Pasini, e Mitis. I tre si appartengono da quando hanno memoria. L'arrivo di Fred sconvolge la loro omogeneità, mettendo a dura prova la loro amicizia. Abbiamo intervistato la regista.
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Un anno di scuola” è l’adattamento di un libro del 1909 di Giani Stuparich. Eppure, dal 1909 al 2007, anno in cui hai ambientato il film, sembra che lo sguardo sulle ragazze e sulle donne sia cambiato poco: resta sempre il giudizio. Qualcosa nel 2026 è migliorato, ma siamo ancora spesso oggetto di giudizio.
“Ho lavorato all’adattamento con molta fatica, perché era la prima volta che partivo da un romanzo. Avevo un’idea un po’ naïf: pensavo che fosse già tutto scritto e che bastasse trasformarlo in dialoghi, in realtà la scrittura di Stuparich è molto raffinata, piena di sottotesti e doppi fondi. Ogni volta che, insieme a Elisa Dondi, la co-sceneggiatrice, ci sembrava di aver raggiunto una struttura equilibrata, ci accorgevamo che stavamo tralasciando qualcosa di importante. A livello di contesto sociale, le differenze tra le epoche sono evidenti. Il divario di genere non è ancora colmato, come dici tu, ma ogni epoca tende a considerare quella precedente più retrograda: quindi dei passi avanti, comunque, ci sono stati. Il cambiamento più grande che abbiamo fatto nell’adattamento riguarda la dimensione del gruppo. Nel romanzo, infatti, i rapporti della protagonista sono individuali: il gruppo si scioglie con il suo arrivo, già dalla prima pagina si dice che la presenza della ragazza crea rivalità e distanza. Noi invece ci siamo dette “il film è lì, in quella riga, chi erano questi ragazzi come gruppo?”. Abbiamo voluto costruire una dinamica collettiva: una “gang” di tre ragazzi a cui si aggiunge una quarta presenza, che resta però sempre un po’ estranea. È proprio all’interno del gruppo che esplodono i conflitti”.
Guardando il film, da donna mi sono sentita a tratti a disagio, come se avessi interiorizzato inconsciamente negli anni l’idea patriarcale che una ragazza da sola con dei ragazzi sia “sbagliata”, come mi sono sentita tante volte da adolescente. Tu ti sei rivista in Fred?
“Sì, tantissimo. Credo di aver interiorizzato anch’io certe dinamiche, una sorta di sguardo patriarcale: l’idea che una ragazza da sola con dei ragazzi sia “strana” o giudicabile. È qualcosa di inconscio. Però quella dimensione nel film l’ho vissuta anche in modo molto libero. I personaggi diventano davvero quattro quando si dimenticano che lei è una ragazza. Penso, per esempio, alla scena in cui dormono insieme: in sceneggiatura li descriviamo come una “cucciolata”, perdono il genere, diventano fratelli, quasi animaletti. Per me questo film è stato anche un regalo personale: mi ha dato la possibilità di dire cose che nella vita non diciamo mai, quelle frasi che ti vengono in mente dopo, quando ormai è troppo tardi. Nel mio lavoro posso mettere in scena ricordi, desideri, alternative: posso scrivere la battuta che avrei voluto dire, è liberatorio. Gli adolescenti sono fragili, e io non sono stata forte come Fred. In questo senso lei è più libera di me”.
Il film è ambientato nel 2007. Come mai non nel presente? È anche un modo per prendere le distanze dai social?
“C’è sicuramente una scelta autobiografica: io mi sono diplomata nel 2007-2008, per me avere diciannove anni significa quell’epoca, con i social sarebbe stato tutto diverso, inevitabilmente. Ma oltre all’elemento personale, ci interessava anche il contesto storico: è l’anno prima dell’esplosione di Facebook, l’anno in cui la Slovenia entra nello spazio Schengen, con un impatto forte su Trieste, e l’ultimo anno prima della crisi economica globale. Ci piaceva l’idea che fosse “l’ultimo anno” non solo di scuola, ma di un mondo. Un momento sospeso, come un pomeriggio d’agosto prima che cambi tutto”.
La metafora della mela era già nel romanzo?
“No, è di mia mamma. È una frase che mi ha detto lei e che ho voluto inserire nel film. E tra l’altro è vera: a casa mia si mettevano le mele con i kiwi per farli maturare. E così fa Fred con i suoi amici”.
Da giovane autrice e donna, come vedi oggi la rappresentazione femminile nel cinema?
“La vedo meglio di ieri e peggio di domani. Sta migliorando, ma bisogna continuare a lavorare con determinazione e consapevolezza. Le battaglie all’inizio sono sempre più radicali di quello che sarà poi il risultato finale. La cosa fondamentale è trattare i personaggi femminili come persone: non solo come eroine o vittime, ma come esseri umani complessi. Forse il passo più importante è proprio questo: raccontare donne e autrici con la stessa naturalezza e profondità riservata ai loro corrispettivi maschili”.
26/03/2026, 18:40
Caterina Sabato