BIF&ST 17 - "Ritorno al tratturo", intervista al regista
Presentato in anteprima alla 17ª edizione del BIF&ST - Bari International Film & TV Festival, nella sezione “Per il cinema italiano” fuori concorso, “
Ritorno al tratturo” è un documentario scritto e diretto da Francesco Cordio, con la partecipazione straordinaria di Elio Germano. Prodotto e distribuito da Own Air, il film arriverà nelle sale italiane dal 29 aprile. Girato interamente in Molise, tra le province di Isernia e Campobasso, il documentario nasce da un’idea condivisa da Cordio, Germano e Filippo Tantillo, e si configura come un viaggio intimo e collettivo nelle aree interne del Paese.
Attraverso il simbolo del tratturo, antica via della transumanza, il film racconta un’Italia marginale ma vitale, dove comunità, tradizioni e nuove forme di resistenza convivono con criticità strutturali. In questo contesto, Germano attraversa territori e incontra persone, dando voce a storie che parlano non solo del Molise, ma di una vasta porzione d’Europa spesso esclusa dal dibattito pubblico.
Abbiamo incontrato il regista Francesco Cordio per approfondire la genesi e il senso del progetto.
Com’è nata l’esigenza di raccontare questa storia?
“Il progetto nasce da un’amicizia di lunga data con Filippo Tantillo. Negli ultimi vent’anni lui si è occupato di aree interne in tutta Italia, mentre io mi sono dedicato al documentario. A un certo punto ci siamo chiesti perché non provare a raccontare cinematograficamente questi territori di cui si parla spesso, ma che restano poco conosciuti. All’inizio avevamo pensato di raccontarne tre, nord, centro e sud, ma ci siamo resi conto che sarebbe stato impossibile. Ogni area meriterebbe un film a sé. Così abbiamo scelto il Molise, con l’idea che potesse rappresentare una condizione più ampia, condivisa anche da altri Paesi europei”.
Qual è il ruolo di Elio Germano nel film?
“Appena abbiamo avuto il sostegno dei produttori, abbiamo coinvolto Elio Germano, che ha origini molisane. Il suo ruolo non è quello di un semplice “ambasciatore”, ma è profondamente politico. Non volevamo un racconto edulcorato, come spesso accade nelle narrazioni istituzionali, ma entrare nella realtà concreta del territorio. Nel film si vedono sia le difficoltà sia la determinazione delle persone che scelgono di restare. E lo fanno perché cercano la felicità, nonostante tutto. Noi abbiamo provato a raccontare non tanto i bisogni, ma i sogni”.
Il film intercetta una controtendenza: il ritorno a una vita più lenta. È così?
“Sì, anche se più che di ritorno al passato parlerei di riscoperta dei valori. La pandemia ha contribuito a riaccendere l’attenzione su famiglia, territorio e qualità della vita. Ma nel film non ci sono solo persone che restano o tornano: ci sono anche quelle che scelgono di andare per la prima volta in questi luoghi, cambiando radicalmente vita. Il “ritorno al tratturo” non è nostalgia, ma un modo per rimettere in discussione il modello dominante e cercare alternative più sostenibili”.
Nel documentario emerge anche il tema delle risorse economiche destinate a questi territori.
“Sì, ed è un nodo centrale. Esistono molti fondi, ma spesso finiscono in interventi sbagliati, come opere in cemento che non rispondono ai bisogni reali. In queste aree servono servizi essenziali: scuole, presidi sanitari, trasporti, connessione internet. Il problema non è solo la quantità delle risorse, ma come vengono utilizzate”.
C’è una storia che l’ha colpita più delle altre?
“Quella di Federica, una giovane ristoratrice. Dopo la morte della madre ha deciso di portare avanti l’attività di famiglia, ma scegliendo di lavorare solo metà giornata per dedicare tempo a sua figlia. È una scelta che mette al centro la felicità, più che il profitto. E credo che questo dica molto del senso del film”.
Come si concilia la ricerca della felicità con il desiderio dei giovani di lasciare questi luoghi?
“È una tensione naturale. Chi cresce in provincia spesso sente il bisogno di andare via, però è fondamentale mantenere un legame con il territorio. Dopo essersi formati, sarebbe importante poter tornare e investire lì le proprie competenze. Oggi invece accade spesso il contrario: lo Stato investe nella formazione, ma poi queste risorse umane vanno altrove”.
Che futuro immagina per le aree interne?
Dipende dalle scelte politiche. Finché non si investirà seriamente nei servizi essenziali, sarà difficile invertire la tendenza. Oggi esistono perfino politiche che prevedono, di fatto, lo svuotamento di alcuni territori. Se mancano scuole, ospedali e infrastrutture, le persone sono costrette ad andare via, è come se si decidesse consapevolmente di lasciare morire questi luoghi. E invece potrebbero rappresentare una risorsa fondamentale per il futuro.
24/03/2026, 12:20
Caterina Sabato