TORINO FILM FESTIVAL 43 - SEPARAZIONI di Stefano Chiantini
Il nuovo film di Stefano Chiantini, “
Separazioni”, conferma la coerenza di un percorso autoriale fondato sull’essenzialità narrativa e sulla progressiva rivelazione emotiva. Il regista lavora come sempre in sottrazione: l’apparente quiete iniziale non è che il preludio a un lento disvelamento, in cui la struttura familiare mostrata come compatta si incrina fino a frantumarsi.
Al centro del racconto ci sono Mara e Pietro, genitori di due adolescenti, la cui vita scorre secondo ritmi sereni e con la condivisione della passione per la montagna. Un incidente alla figlia salita in vetta con il fidanzato spezza questa armonia e la famiglia, invece di ricompattarsi, implode in silenzio.
Il film non si concentra sul trauma, ma su ciò che lascia dietro di sé — uno smarrimento che corrode abitudini e legami. I video che Pietro continua a rivedere sul telefono diventano allora un gesto emblematico: tentativi ingenui e struggenti di afferrare ciò che la realtà ha sottratto, un piccolo cinema domestico che prova a trattenere la vita.
Chiantini evita la tentazione del melodramma, favorendo un andamento rigoroso, fatto di pause, reticenze e movimenti minimi. Lo schema narrativo è classico, ma mai irrigidito: il regista lo utilizza come griglia funzionale, un modo per non cadere negli eccessi della scrittura e per mantenere un equilibrio che restituisca verità alle emozioni. La sua poetica resta un enigma affascinante: film che sembrano esili, quasi insicuri all’inizio, ma che trovano forza nella cura dei dettagli e nella sincerità dei personaggi.
Il bianco e nero di Paolo Carnera amplifica questo impianto con una fotografia che costruisce significati oltre le parole. Non semplice scelta estetica, ma drammaturgia visiva: contrasti netti, zone d’ombra, luci che non consolano. Ogni volto sembra inciso dal dolore, ogni ambiente segnato da un turbamento. L’atmosfera che ne deriva è sospesa, quasi rituale, come se il lutto avesse alterato la percezione stessa del tempo.
Il film si apre e si chiude su una madre: figura tragica e salvifica. Se all’inizio la macchina da presa sembra custodire l’intero nucleo familiare, alla fine lo sguardo si restringe su Mara. È lei a incarnare la lacerazione più autentica: attorno a lei tutto si scollega, tutto si separa; il dramma non unisce, ma rivela distanze che erano già lì, sommerse.
“Separazioni” diventa così un film sulla fragilità del quotidiano: sulla facilità con cui le certezze borghesi si sgretolano e lasciano emergere incomprensioni, omissioni, colpe taciute. Chiantini osserva questo processo con rispetto, senza giudizio, lasciando che siano i silenzi e gli sguardi a raccontare ciò che le parole non riescono più a contenere.
Ne risulta un cinema classico nel senso più nobile, che non cerca virtuosismi e non indulge nell’emozione facile. Un cinema che accompagna lo spettatore con pazienza, gli chiede un ascolto attento e gli restituisce un dolore che non chiede consolazione, ma memoria. Perché il lutto non è uno strappo che si rimargina, è una ferita che si impara a osservare, lentamente, piangendo ma senza distogliere lo sguardo.
29/11/2025, 07:24
Alessandro Amato