VENEZIA 82 - Daria D’Antonio: “Ho illuminato
le notti del Settecento con una candela”
La direttrice della fotografia
Daria D’Antonio è intervenuta durante la Masterclass Sony, in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia, che si è tenuta nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia 82, per raccontare il suo nuovo lavoro nel film “Primavera” di Damiano Michieletto, tratto dal romanzo Premio Strega “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa (in uscita a dicembre), che verrà presentato al prossimo festival di Toronto, girato con VENICE 2 di Sony. Un progetto che guarda al passato con l’occhio del presente. Il film, ambientato nel 1716, l’ha messa di fronte a una sfida estetica e tecnica inedita: restituire l’atmosfera di un’epoca in cui la luce artificiale non esisteva ancora, affidandosi quasi esclusivamente alle candele.
“Non sono mai stata un’appassionata di tecnica, lo dico con grande sincerità. Per me lo strumento è solo un viatico per raggiungere un obiettivo. In questo film, però, ho potuto fare scelte audaci proprio grazie al supporto della tecnologia,” ha raccontato.
La ricerca visiva si è concentrata sulla pittura settecentesca, ma senza cadere nella tentazione di replicare meccanicamente le fonti iconografiche. “C’erano testimonianze pittoriche, certo, ma mi interessava soprattutto inventare, immaginare quello che non sappiamo. L’idea era lavorare con ciò che realmente avevamo a disposizione: le candele, la notte, la luce che filtra appena dalle finestre.”
Alcune sequenze sono state girate addirittura con una sola candela, un approccio che ha richiesto la collaborazione stretta di costumista e scenografo. “Maria Rita Barbera e Gaspare De Pascali sono stati fondamentali. C’era una scena in cui la protagonista, Tecla Insolia, entra in un ambiente illuminato soltanto dalle candele e da un’esile luce notturna che passava attraverso i vetri. Non volevo ricorrere a espedienti come il fumo o la luce lunare artificiale: mi sembrava non in dialogo con la storia.”
Per D’Antonio, il lavoro sulla luce è sempre legato alla narrazione e al suo significato più profondo. “Tendenzialmente cerco di essere mimetica, di prestare lo sguardo al racconto. Quando leggo un copione, segno aggettivi, sostantivi, parole che per me racchiudono il senso. Poi cerco di mantenere coerenza rispetto a quella linea invisibile che guida il film.”
Il contatto con le nuove generazioni, aggiunge, le offre ogni volta uno stimolo ulteriore. “Ogni volta che esco da una scuola di cinema, penso di aver preso molto più di quello che so dare. Questo sguardo dei ragazzi, questa curiosità, è fondamentale. È un debito che abbiamo verso chi ci insegna e allo stesso tempo un dono che riceviamo da chi verrà dopo di noi.”
E se c’è una parola che sintetizza la sua esperienza sul set, è libertà. “Soprattutto nelle notti, ho potuto girare le scene esattamente come volevo. Questo film mi ha regalato una grande libertà.
31/08/2025, 13:47
Caterina Sabato