Note di regia di "Sotto le Nuvole"
“Sotto le nuvole” è un film di luoghi, spazi, situazioni, persone.
Tre anni di incontri diventati film. Tre anni di vita riassunti in una trama dove Napoli, il Golfo, Pompei, Ercolano, il sottosuolo, la circumvesuviana, sono la scena di un racconto fatto di storie di vite diverse. Storie di chi quei posti li vive, come i gesti di cura della conservatrice di un museo, le parole e le azioni rassicuranti dei Vigili del Fuoco, quelle di un maestro di strada nel suo doposcuola a Torre Annunziata. O le vite di giovani marinai imbarcati su navi siriane che trasportano grano ucraino per il nostro pane e la pizza. Di archeologi giapponesi che indagano un passato fatto di rovine, semi, ossa di animali.
“Sotto le nuvole” è un viaggio all’interno di un territorio, come una esplorazione, una costellazione di segni, voci, ombre e presenze, devozioni...
Tutti i personaggi incontrati nel film sono “devoti” a qualcosa: un’idea, una verità, un gesto, una memoria. La devozione non ha connotati religiosi nel senso stretto, ma assume un carattere rituale, a tratti sacrale. È una forma di abbandono e, al tempo stesso, di resistenza.
Durante le riprese si formano dei legami, connessioni necessarie, forme di vicinanza, intimità e fiducia negli sguardi.
L’ incontro emotivo è mediato dalla cinepresa e la fiducia è il tempo che si dedica ai propri personaggi.
Filmare è l’ultimo passo da fare per confermare un legame.
Mi sento a volte come un nomade con la macchina da presa: come uno straniero che viene accolto dai suoi personaggi, che diventa complice delle storie che raccontano dinanzi all’obiettivo.
Nel montaggio le storie si sono intrecciate, i gesti e le parole di ciascuno sono diventate la trama delle parole e dei gesti degli altri. Ho cominciato a montare mentre filmavo. Ho vissuto il montaggio come una riscrittura capace di accompagnare il film mentre era ancora in divenire. Le persone, i luoghi, le azioni, li ho visti nella lente della macchina da presa e, quasi contemporaneamente, sullo schermo nella sala di montaggio.
Il film ha preso forma nel corso del tempo, nei tre anni trascorsi tra riprese e montaggio.
La sfida è come sempre rompere la sottile linea tra documentario e finzione, accostarsi, per quanto possibile, alla differenza tra il vero e il falso. Filmando fermi qualcosa, lo condensi, documenti un frammento di tempo, la bellezza di un gesto o di un’azione, la ricchezza dell’ordinario.
La realtà trascorre mentre filmi, mentre si vive tra campo e fuoricampo, tra la vita mentre filmo
e la vita oltre l’inquadratura.
Gianfranco Rosi