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Note di regia di "PerdutaMente"


Note di regia di
Prima di iniziare questo viaggio sapevo poche cose sul morbo di Alzheimer: che è una malattia crudele, misteriosa, e legata alla perdita della memoria.
Ma questo era “prima”. Esiste sempre un prima e un dopo in un’avventura, e in qualche modo questo film li definisce. Prima credevo, banalmente, che perdere la memoria significasse dimenticare le cose e i loro nomi, le persone, i volti, la dimensione del tempo. Già solo questa percezione, così superficiale, bastava a dare la portata del vuoto, della paura, dell’oblio.

Durante il percorso ho compreso che Alzheimer significa molto più di questo, perché la memoria non è semplicemente una scatola che contiene informazioni. È più come un diario, che ciascuno di noi riempie, un giorno alla volta nel corso di una vita intera, e oltre ai dati di realtà, custodisce emozioni, ricordi, sentimenti.
La memoria è un documento dell’identità personale, della propria storia, ma più di tutto della propria coscienza. Noi siamo la nostra memoria, e perderla significa perdere sé stessi. Significa abitare un corpo senza esistere.

Questa consapevolezza è stata solo una delle tappe del viaggio che ha disegnato questo film. Attraversando l’Italia ho avuto il privilegio di entrare nelle case di persone sconosciute e straordinarie, che hanno condiviso con noi le loro storie. Storie di vite fuori dal comune, storie segnate dall’Alzheimer, storie di dolore e disperazione, ma soprattutto storie d’amore.
La traccia seguita, nel corso di questa indagine, è stata la differenza tra cura e guarigione.

Quello che ho imparato è che dal morbo di Alzheimer non è possibile guarire, ma è possibile curare, se non la malattia, la persona, proprio con l’amore. La prima domanda, posta nel corso della prima intervista, è stata: “Che cosa significa prendersi cura di un malato di Alzheimer?”. La risposta che ho ascoltato, senza esitazione nella voce di Franco, è stata: “Amare”.

È l’amore il protagonista di questo film, non la malattia.
L’amore della persona malata, che non sa più chi sei ma sa di amarti.
E l’amore della persona che si prende cura del malato, che ama senza condizioni, senza risposte, nel modo più disperato in cui si possa amare: Perdutamente.

Paolo Ruffini, Ivana Di Biase