Festival Internazionale della Cinematografia Sociale \
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Note di produzione di "Dio salvi la regina"


Note di produzione di
C’è una necessità dietro la scelta di scrivere e produrre questo film: mi sono trovata a riflettere su cosa mi mancava veramente, su cosa avrei voluto fare nella vita e ho capito che non sono mai stata capace di manifestare fino in fondo il mio amore civile.

Nel mio lavoro come autrice e produttrice mi sono occupata spesso di temi sociali, mi piace indagare le frontiere dell’anima e i limiti della legge perché la scrittura è anche un modo per colonizzare territori inesplorati. Amo l’antropologia culturale, mi piace guardare i nostri costumi come se li vedessi per la prima volta, come se fossi un “buon selvaggio”, perché questo sguardo smaschera l’ovvio. Diamo per scontato il mondo in cui viviamo, l’idea che ci siano delle leggi, un’autorità, che esista uno Stato entro cui vivere e ci sentiamo obbligati a muoverci all’interno di queste convenzioni. Ma c’è stato un momento in cui tutto questo è nato, in cui la scelta è stata nostra, un momento in cui abbiamo avuto il potere nelle mani. Noi siamo ancora quelle donne e quegli uomini.

“Dio salvi la Regina” nasce proprio da queste considerazioni.

Un tempo le mie riflessioni erano molto serie, quasi drammatiche direi, ma ora, forse perché sono invecchiata, penso che ridere non tolga nulla, anzi, quando le cose si fanno veramente drammatiche so per esperienza che è meglio avere sottomano un amico spiritoso.

La protagonista del film, Diana, è una donna borghese, un dottore, ma in realtà è anche una persona innocente e un po’ infantile, è quindi il “buon selvaggio”, che vede e dichiara quello che gli altri non dicono. Lo fa per amore, consapevole che in gioco c’è tutto quello che di più caro abbiamo: la nostra vita e soprattutto il futuro di chi amiamo. Diana non può arrendersi, e allora compie un atto poetico, fa un salto, una giravolta, un’azione insensata e caparbia: dichiara un nuovo Stato, un nuovo inizio.

La sua figura incarna un desiderio estremamente attuale. Per scrivere la sceneggiatura ho realizzato delle interviste in un mercato, le risposte sono tutte riportate fedelmente nel film, sono le parole autentiche dei commercianti. Uno di loro ha affermato: “un potente dovrebbe vivere sei mesi con il portafoglio del popolo, così capisce”. Una risposta naif, disarmante, sincera, le persone intervistate erano felici di parlare, s’illuminavano quando veniva chiesto il loro parere. Diana li rappresenta, incarna una persona semplice che vuol dire la sua. È una donna normalissima, una madre separata, una figlia bistrattata, che grazie a questo percorso comprende molte cose, specie quello che le dice suo figlio: non si può cambiare tutto senza cambiare niente, non si può avere paura di cambiare le regole.

Quando ho iniziato a scrivere questa storia ho avvertito subito l’esigenza di raccontarla, avevo bisogno di un pubblico, e allora mettevo a sedere gli amici, Andrés, il regista, e raccontavo loro gli aneddoti di questa sgangherata famiglia. Mi piaceva farli ridere. Poi andavo a scrivere, da sola, e questo era faticoso. Per mitigare la mia solitudine ho stampato una foto di Billy Wilder, così parlavo con lui. Ho pensato: se devo scegliere un partner immaginario tanto vale scegliere il migliore! Sentivo che la solitudine mi era necessaria, volevo essere indipendente, prendermi tutto il tempo. Per completare la sceneggiatura ho impiegato un anno.

La storia è stata pensata per essere girata nella mia casa. Sono una piccola produttrice, so come ottimizzare le risorse, ho pensato a una storia che nessuno mi avrebbe impedito di fare. Questo non è il primo film che giro a casa mia, anche il precedente l’ho realizzato da me e anche domani girerò un cortometraggio in cucina. Ho iniziato a chiedermi quanti film si possono fare nella stessa casa, e poi ho fatto un ulteriore ipotesi: come trasformare questo limite in una scelta? Che so, farne un manifesto di stile, una politica.

Noi, siccome vogliamo essere liberi, giriamo sempre nella stessa casa.

Tra l’altro, se facessi questa scelta teorica, sarei in ottima compagnia. Molti movimenti cinematografici, il neorealismo, la Nouvelle Vague o Dogma 95, hanno fatto il gioco di trasformare i propri limiti oggettivi in raffinate scelte stilistiche: solo camera a mano, niente scenografie, luce naturale, attori presi dalla strada… Rientriamo perfettamente in tutte queste scelte, dunque mi sento pronta a dichiarare, in totale buona fede, che anche noi siamo un movimento libertario e innovativo, che al momento ha, come caratteristiche, il fatto di girare almeno una scena nella mia casa e di passare svariate serate in compagnia a bere.

Tornando alla storia, l’idea centrale di “Dio salvi la Regina” ha suscitato da subito grande interesse, la sceneggiatura del film ha ottenuto riscontri positivi e si sono aperte diverse opportunità che, deliberatamente, non ho voluto cogliere, per quanto allettanti. Questo progetto esprime e rappresenta una richiesta di libertà e indipendenza, a partire dal modo in cui è stato realizzato. In Italia la macchina del cinema si è trasformata in un sistema che gela ogni slancio indipendente. Un pugno di attori di nome è considerato necessario e la commedia è ridotta spesso a un meccanismo senza profondità. Le piccole produzioni sono diventate sempre più povere, strozzate da un apparato che non permette sperimentazioni. Noi siamo degli artigiani, facciamo da soli e siamo disposti a rischiare.

Quando dico “noi” parlo di tutti i miei compagni di viaggio, ma in particolare di Andrés Arce Maldonado, regista del film, mio sodale con cui da anni condivido battaglie e speranze. Di Andrés posso dire solo che è un uomo colto, spiritoso e che “sente” la luce.

L’atmosfera sul set è stata idilliaca, tutte le persone che si sono strette attorno al progetto sono bravi attori e, soprattutto, ottimi amici. Il film deve molto a loro e alla preziosissima troupe.

Non avevamo soldi quasi per nulla, ma spendevamo moltissimo per mangiare, pranzi e cene incredibili. La nostra cuoca era Irma, la mia vera tata, che nel film interpreta Lupe, la tata di Diana. Come gruppo di lavoro avevamo uno zoccolo duro di attori non professionisti che però rappresentavano una vera famiglia: io, che in pratica debuttavo al cinema, mia figlia Ella, la mia tata Irma, il suo canetto Trudy e i miei veri nipoti Pietro e Michele.

Ci muovevamo in un territorio conosciuto e la nostra difficoltà stava essenzialmente nel distinguere bene il nostro carattere dal ruolo.

Mia figlia e i miei nipoti hanno partecipato ad altre produzioni de La Siliàn, documentari e cortometraggi; Ella ha fatto una parte nel nostro precedente lungometraggio “Dentro”, Pietro e Michele invece hanno partecipato al mediometraggio “Orizzonti”.

Ella, come attrice, sceglie sempre il nome del suo personaggio, nel film “Dentro” si chiamava Lola, in questo ha scelto Perla. Il nome Orlando invece, per il fratello di Perla, è stato scelto dall’altro mio figlio, Vittorio. Il personaggio era scritto su di lui ma è ormai ventenne e troppo grande per la parte, quindi è stato scelto un giovane e appassionato attore, Vittorio Allegra.

L’obiettivo, individuato con il regista, era tenere ben saldo il sentimento tra noi e lasciare entrare in questa atmosfera reale e intima tutti gli altri. Attorno a noi ruotavano una trentina di attori professionisti, oltre a circa quindici caratteristi selezionati per i ruoli minori nelle scuole di recitazione.

Siamo andati di slancio. Quando giravamo in casa iniziavamo la giornata provando molte volte la scena, tutti insieme: spesso erano scene corali, avevamo stabilito prove quasi teatrali, si provava molto finché non si trovava l’accordo. La scena era rappresentata nel suo insieme, la camera aveva un punto di vista “interno”, posta letteralmente “tra noi”.

Come ho detto, si mangiava tutti assieme, pasto dopo pasto il gruppo andava rafforzandosi e con lui l’idea di unità. Forse, proprio per questa bella atmosfera creatasi, anche gli attori che non dovevano girare tornavano a trovarci. Una parte della casa era stata trasformata in produzione e costumeria, l’altra parte era il set. Avevamo stabilito regole molto precise, dei comandamenti, per rendere questa convivenza possibile.

Prima di entrare nei panni del mio personaggio, Diana, e iniziare il lavoro di attrice, facevo sempre una riunione di produzione con i miei assistenti; quando abbandonavo il ruolo della burberissima produttrice, chiamata “la Barbieri”, tutti mi dicevano che cambiavo completamente carattere. A guidarmi, rassicurarmi, sgridarmi, oltre al regista c’era una fantastica acting coach: Paola Minieco, che nel film interpreta Simonetta, la segretaria punk. Collaboriamo da tempo, è stata anche l’autrice e protagonista del nostro precedente film, “Dentro”.

“Dio salvi la Regina” è stato arricchito da alcuni camei di grandi attori come Mariano Rigillo che ha interpretato mio padre, Babak Karimi che interpreta l’Apolide e Jun Ichikawa nel ruolo di una stralunata ragazza cinese. Quando Mariano Rigillo ha accettato la parte e mi ha detto di sì eravamo al telefono, c’è stata una lunghissima pausa e dopo un po’ mi ha chiesto: «Sibilla, sei svenuta?». Avevo visto Mariano in teatro quand’ero piccola, che dire, l’idea di recitare al suo fianco e magari sbagliare mi terrorizzava, ma lui è un uomo di grandissima eleganza e non sono mai stata in imbarazzo. Babak Karimi è un amico fraterno e il ruolo dell’Apolide poeta è stato scritto per lui.

Ho avuto la fortuna di avere accanto anche un artista come Filippo Gili, che nel film interpreta il Professore. Filippo è regista, autore e attore della scena teatrale, un vero intellettuale, che ha donato al personaggio il tratto nobile e disincantato necessario. E poi è stato un grande piacere e un grande divertimento lavorare con attori amici, come Elio Crifò, che interpreta il Poliziotto e Anna Teresa Eugeni, la condòmina insofferente alla bandiera.

Nella troupe tutti facevamo più ruoli, Andrés era regista e direttore della fotografia, spessissimo anche operatore, Monica Raponi costumista e scenografa, Roberta Budicin edizione e trucco, io mi occupavo della produzione con due assistenti geniali, Alberto e Matteo… insomma, tutti facevano tutto, col vantaggio che quando si parlava in tre era come se ci fossimo messi d’accordo in otto!

Le riprese sono durate tre mesi, da settembre a novembre, con alcune pause per conciliare le esigenze di tutti. Oltre che nella mia casa, abbiamo girato in un bar, una scuola, uno studio medico, uno studio legale, un ristorante, un mercato, una piazza, una spiaggia…

Posso dire che in questo film tutto è venuto con facilità, e chiunque, dagli attori professionisti alle comparse, è stato entusiasta di partecipare. Siamo stati in difficoltà una sola volta, quando il nostro preziosissimo regista si è sentito male e c’erano una quarantina di comparse, i musicisti e tutti gli attori pronti per girare la scena della festa, ma anche qui l’unione ha fatto la forza e con l’aiuto di Andrea Capruzzi, aiuto regista di Andrés, abbiamo comunque potuto completare il film.

La troupe era composta da giovani e bravi professionisti, il suono è stato curato da Leonardo Tosti, che si è occupato anche del mix. Le bellissime musiche sono di Francesco Forni, che ha aderito generosamente al progetto.

Il costo totale della produzione è stato di 23.000 euro, e questo ritengo sia un piccolo miracolo.

Ricostruire quest’esperienza mi ha fatto focalizzare, una volta ancora, la sua importanza nel mio percorso umano e professionale, e vorrei terminare questo racconto partendo dal principio, citando colui da cui tutto è partito: Graziano Graziani, che nel film interpreta il Presidente dell’assemblea di condominio. Il suo è un simpatico cameo, un piccolo e divertente gioco, poiché Graziano, noto giornalista e scrittore, è l’autore del libro “Atlante delle micronazioni”, un testo che censisce le micronazioni che si sono formate nel mondo e dal quale ho tratto molta ispirazione.

Le micronazioni sono una realtà storica, passata e presente, svariati gli esempi anche in Italia oltre a San Marino e al Vaticano. Nate perché c’erano dei territori dimenticati dalla politica o reami sopravvissuti anacronisticamente al Medioevo, per necessità sociali ed economiche, per gioco o per altri mille motivi ancora, questi “regni” rappresentano spesso la manifestazione di un sogno, di un delirio, una reazione per non arrendersi, che pone le proprie basi sull’indipendenza e l’intraprendenza.

“Dio salvi la Regina” è il nostro regno, la nostra bandiera, non aspira ad avere basi legali credibili ma rivendica essenzialmente una qualità: è un regno poetico. La poesia, a volte sottovalutata, è un elemento sostanziale della tessitura sociale. Io vivo a Roma e come in tante altre città italiane la bellezza è una parte fondamentale della mia giornata. Il popolo italiano ha creato formidabili “reti di senso” e la poesia, a mio parere, è l’evocazione di una nostra profonda identità. Inoltre, parlare delle basi dello Stato, delle ragioni per cui stiamo insieme, ci toglie dall’impotenza e ci permette di affrontare una reale inquietudine sociale, diffusa dalla percezione comune dell’eccessiva ingiustizia.

Questo film è una dichiarazione d’amore, non a un uomo, non a una donna, ma verso la nostra comunità.

Sibilla Barbieri