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PESARO FILM FESTIVAL - Il Cinema vero e il cinema a chiacchiere


Gastone Moschin, Mario Adorf, Barbara Bouchet, Luigi Pistilli, Lionel Stander, Philippe Leroy, Ivo Garrani per il film di Fernando Di Leo ispirato alle storie di Giorgio Scerbanenco, autore anche del soggetto. Sulla spiaggia di Pesaro per un momento di vero cinema che non ha bisogno di troppe parole. Un esempio del nostro cinema migliore, pensato e scritto per un grande pubblico di qualit. Stasera, sulla spiaggia, arriva "Lo Chiamavano Jeeg Robot".


PESARO FILM FESTIVAL - Il Cinema vero e il cinema a chiacchiere
Gastone Moschin Ugo Piazza nel film di Di Leo
Pesaro, gioved. Mentre lex Walter Veltroni indossa altre vesti e parla sul palco centrale incontrando, a parti invertite Giovanni Floris, sulla spiaggia, ai Bagni 59 va in scena il cinema, quello vero, fatto da chi lo sapeva fare e non da chi non aveva altro da fare.

Via le scarpe e piedi sulla sabbia, sta per cominciare la proiezione di "Milano Calibro 9" di Fernando Di Leo. In pellicola. Solo spettatori veri, seduti di fronte allo schermo o sdraiati sui lettini che sanno di olio abbronzante al cocco. Zero nerd o cinefili sbiaditi dallaria saputa (i Bagni Paradiso 59 sono lontanucci dal centro).

Malgrado passi un treno ogni tanto, la maledizione di mezze spiagge italiane, il suono ormai desueto del proiettore 35 arriva sincero da dietro, il film comincia e in un attimo sei immerso in quella che era la terza industria italiana, vera, che produceva senza contributi statali (la domanda al Ministero era unonta per i produttori seri), dove sceneggiatori e registi si sforzavano, anche nei film minori, di dare qualcosa di nuovo e di soddisfacente al loro pubblico. "Milano Calibro 9", arriva dalle atmosfere dei racconti di Giorgio Scerbanenco (autore anche del soggetto), parlando di quella criminalit che nella citt pi operosa dItalia si faceva strada mantenendo un profilo basso ma deciso.

Dal 68 arrivano, sullo sfondo, le contestazioni che diventeranno lotta armata, gli intrecci tra malavita e servizi e i regolamenti di conti che gi erano e rimarranno terrorismo nero e di Stato, vedi la bomba in stazione, i discorsi del vice commissario progressista e di sinistra e il J&B, immancabile sponsor, che comincia a girare nelle mani dei pi americani.

E poi le scenografie di Francesco Cuppini, co-autore anche dei costumi, che riesce a trovare e a ricostruire ambienti dal design pazzesco, come lufficio dellAmericano o la casa di Nelly (Barbara Bouchet), pieni di geometrie e materiali capaci di posizionare al millimetro il film nella giusta epoca.
Tutto messo su pellicola da Franco Villa; pellicola durissima, forse 100 Asa come si usava allepoca per i film dal budget non elevato, pellicola che inghiottiva letteralmente la luce, restituendone pochissima. Come si usava allora, rari i controluce (i proiettori si usavano per lambiente e i volti), molti i giochi di ombre (come nel viaggio in auto a tempo di musica) tenendo ben presente limportanza degli attori e dei dialoghi da evidenziare con le inquadrature pi strette.

Le musiche di Luis Bacalov ricordano da vicino Il Braccio Violento della legge con il ritmo scandito dagli archi che accompagna lazione e le immagini degli esterni freddi e degradati della grande citt. Il film di Di Leo fa tornare alla mente il capostipite dei polizieschi di William Friedkin, tranne ovviamente che per linseguimento sotto ai binari sopraelevati della metropolitana.

Una storia che finisce male, una storia che oggi sarebbe impensabile da portare sullo schermo, dove i personaggi principali muoiono tutti, tranne il pi antipatico che magicamente, come in ogni noir che si rispetti, cambia carattere e si trasforma nellultimo e unico elemento con un codice morale da rispettare. lunico superstite di una storia fredda che ci ha appassionati, senza alcun tipo di buonismo, moralismo, perbenismo. Una storia scritta e realizzata pensando agli spettatori come esseri intelligenti, in grado di comprendere e interpretare la realt attraverso la finzione.

21/06/2019, 09:49

Stefano Amadio