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OLTRE I DAVID: LA GRANDE BELLEZZA DI JASMINE TRINCA


L'attrice dai "mille volti" è stata una delle protagoniste delle stagione cinematografica nei film "Miele" di Valeria Golino ed "Un Giorno devi Andare" di Giorgio Diritti. Pur non vincendo nessun David di Donatello è la vera "grande bellezza" del cinema italiano, testimonianza di un cinema rigoroso ed impegnato.


OLTRE I DAVID: LA GRANDE BELLEZZA DI JASMINE TRINCA
I DAVID
Alla fine l’ha spuntata Giuseppe Tornatore. La sua offerta cinematografica non era migliore di quella di Daniele Vicari, ma nemmeno peggiore, due concezioni del cinema opposte portate però al massimo della loro espressione: un (meta)cinema d’affabulazione e un cinema di denuncia di una realtà vergognosa per una democrazia. Lo stesso giorno dei David, si è scoperto che tutti i condannati di Bolzanetto, tra indulto e attenuanti, non finiranno in carcere (dopo che per altri 37 imputati era scattata la prescrizione): brutto tempo per la giustizia sui fatti del G8 di Genova.
Nell’insieme, i premi David di Donatello di quest’anno rispecchiano l’andamento di una stagione cinematografica tutto sommato di buon livello. Il maggiore rammarico risiede, non nel premio a "L’intervallo", ma nell’affollamento fra le nomination per gli esordienti di attori che la meritavano più (Alessandro Gassman) o meno (Laura Morante) ma che non avevano certo bisogno di una tale visibilità per montare il loro progetto successivo. Sarebbe stato più giudizioso puntare su "Appartamento ad Atene" di Ruggero Dipaola, "I giorni della vendemmia" di Marco Righi o "Tutti i rumori del mare" di Federico Brugia. Per i premi d’interpretazione, avremmo preferito Jasmine Trinca a Margherita Buy e il doppio premio al grande Mastandrea ha lasciato questa volta all’asciutto Toni Servillo, forse nel suo miglior (doppio) ruolo di sempre nello splendido "Viva la libertà!" di Roberto Andò.
Toni Servillo e Jasmine Trinca servono così da passaggio del testimone da un’edizione dei David all’altra, visto che la fine della stagione è stata segnata per il cinema italiano dal film di Paolo Sorrentino e da "Miele", dell’attrice, esordiente regista, Valeria Golino.

LA “GRANDE” BELLEZZA
Nell’ultimo numero dei Cahiers du Cinéma un articolo al vetriolo s’interrogava preventivamente (cioè senza aver visto l’opera!) sull’opportunità dell’ennesima selezione di Paolo Sorrentino nel Concorso del Festival di Cannes chiedendo senza mezze misure: “Cosa c’è di più brutto di un film di Sorrentino?”. Non c’è dubbio che il cinema di Sorrentino, dopo il suo ottimo esordio, ha fatto dell’estetismo e dell’apologia dell’orrido il suo marchio di fabbrica. Fra vani esercizi di stile e, peggio ancora, un’etica dubbia quando vuole trattare dei crimini mafiosi o della Shoah, la visione di un’opera di Sorrentino ha qualcosa di sicuramente molto irritante, come lo spreco di un’ispirazione spesso geniale.
Tuttavia, l’ultimo film dell’autore napoletano, pur nella sua presuntuosa ridondanza, rivela un volto più sfaccettato. Omaggio al cinema ("La dolce vita" di Fellini in primis), le sue folgorazioni visionarie sorreggono una riflessione sulla vacuità dell’arte tentando inoltre di tirare le somme della propria filmografia. In tal senso, l’essenziale e trattenuto campo/contro-campo dell’addio di Verdone a Servillo, in mezzo ad innumerevoli sequenze virtuosistiche, segna un punto focale nel percorso del regista, mette in luce per sottrazione una possibile svolta della sua opera.
Tutt’ora nel top 5 dopo quattro settimana, "La grande bellezza" incontra un successo di pubblico comunque meritato. Ma la vera bellezza che si è impressa nei nostri occhi e nelle nostre menti nelle ultime settimane è quella di un’attrice che ha portato sullo schermo due struggenti esplorazioni esistenziali: Jasmine Trinca.

JASMINE TRINCA, UN DITTICO ESEMPLARE
Gli autori dei due film che ha interpretato non hanno, a priori, molto in comune. Eppure, "Un Giorno devi Andare", terzo film di Giorgio Diritti e "Miele" di Valeria Golino sono testimonianza di un cinema rigoroso, impegnato, dove è richiesta la partecipazione dello spettatore. Dagli ampi spazi dell’Amazzonia a quelli angusti delle stanze dove si decide di rinunciare alla propria vita, le due opere coinvolgono la nostra spiritualità, pongono degli interrogativi alti lasciando libero lo spettatore di trovare le sue risposte. Strada facendo, i percorsi, interiorizzati da Jasmine Trinca con sottile misura, portano in territori raramente indagati dal nostro cinema, toccano profondamente ben al di là della durata della proiezione. Una sensibilità femminile agli antipodi dell’estetica di Sorrentino.
In definitiva le due opere sono eminentemente politiche. In "Miele", Jasmine Trinca è un angelo che allevia la morte per supplire ad una legislazione profondamente crudele e disumana sul fine vita, facendo eco al personaggio di Maya Sansa nel film di Bellocchio, "Bella addormentata", meritatissimo David come attrice non protagonista in un film per altro singolarmente “dimenticato” dalle nomination. In "Un giorno devi andare", scappata da un’Italia infertile, Augusta (Jasmine Trinca) riscopre il senso della comunità e dell’uguaglianza fra i diseredati del Brasile e quello della vita grazie al sorriso di un bambino sconosciuto, approdato sulla spiaggia del nostro smarrimento.
Nonostante look diversissimi, in entrambi i film, Jasmine Trinca ascolta continuamente il suo iPod, vertiginoso fuori campo auditivo verso il suo universo interiore che apre su una misteriosa musica: la sua musica, quella di una grande attrice.

17/06/2013, 17:33

Alain Bichon