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GIPI - Dal fumetto al cinema, una vita disegnata male


Riconosciuto a livello internazionale come uno dei migliori autori di graphic novel, Gian Alfonso Pacinotti, in arte "Gipi", fin da ragazzino ha avuto il pallino del cinema. Dopo l'esordio con "L'ultimo terrestre", accolto a Venezia con quattordici minuti di applausi, e "Smettere di fumare fumando" in concorso all'ultimo festival di Torino, il regista ha gi pronto un nuovo film low budget, "Wow". Un'intervista all'insegna di cinema, fumetto, politica e tanto altro.


GIPI - Dal fumetto al cinema, una vita disegnata male
Per gli amanti del fumetto italiano, Gipi una sorta di mito.
Da molti anni ha saputo imporsi sullo scenario internazionale come uno dei pi importanti autori di graphic novel.
Nel 2011 passato dietro alla macchina da presa con "L'ultimo terrestre" e da allora il cinema non lo ha mai abbandonato.
Gli esordi, gli errori, le gioie, le sperimentazioni, i progetti futuri.
Un'intervista alla scoperta del Gipi di ieri, oggi e domani.

Prima ancora di esordire con L'ultimo terrestre hai mosso i primi passi nel cinema realizzando cortometraggi con la SantaMariaVideo. Quando cominciato tutto?
Ho iniziato a fare filmini in super8 quando avevo sei o sette anni. Prendevo i miei amichetti, li vestivo da cowboy, con tanto di stivali delle mie sorelle, e li dirigevo. Poi iniziai a fare i film in stop motion con i Big Jim, e a diciotto anni qualcosa di pi serio, montando con una moviola che mi aveva regalato mio padre. Poi ho mollato tutto perch il super8 era impossibile da usare e non c'erano pi i sistemi per svilupparlo. Ho ricominciato nel 1999 con una telecamerina digitale e un software di montaggio, girando un corto in cui io e il mio amico Federico Penco dovevamo lavare i piatti insieme, ma iniziavamo a litigare finendo per assassinarci a coltellate. Ero affascinato dall'idea di realizzare i titoli di testa e di coda, di poter montare io stesso, e allora abitavo a Santa Maria del Giudice e mi venne in mente di chiamare la casa di produzione SantaMariaVideo, che in realt era casa mia.

Un giorno entrata nella tua vita la Fandango, e da l si aperta un'altra porta per la tua carriera. Come sei entrato in contatto con Domenico Procacci?
Un giorno mi chiamarono dalla Coconino, la casa editrice per cui collaboro, e mi parlarono dell'arrivo di un nuovo socio, dicendomi di volermelo far conoscere, non potendomi per dire di chi si trattasse. Mi dissero che dovevo andare a Roma, per incontrarlo, e io feci l'antipatico, gli risposi che non mi sarei mosso per uno sconosciuto e che se avessero voluto, me lo avrebbero dovuto portare a casa. E infatti me lo portarono a casa. Quando lo vidi in stazione a Pisa lo riconobbi perch lo avevo visto in tv. Penso di averci fatto amicizia in trenta secondi. Mi domand se mi andava di provare a girare qualcosa, e credo che fosse sicuro che avrei fatto un film tratto da uno dei miei libri. Domenico mi fece questa offerta in un momento in cui io non riuscivo pi a lavorare con i fumetti. Non mi venivano pi n i disegni n la scrittura, e soprattutto mi accorgevo di ripetere cose che avevo gi fatto. Ho fatto fumetti perch ho la smania di raccontare storie e perch era il modo pi semplice, ma la voglia cinemosa ce l'ho sempre avuta, e quando mi arrivata un'offerta cos non ce l'ho fatta a dire di no.

Per il tuo esordio perch non hai voluto pescare tra le tue storie a fumetti?
Perch per me i miei libri sono dei lavori finiti. Ogni tanto mi viene in mente che sarebbe bello fare Appunti per una storia di guerra in animazione, per poi so che il fuoco che c'era quando ho fatto il libro probabilmente non ce lo riavrei, e a me interessa quello. Quando Domenico mi ha chiesto di scrivere un film, ci ho provato, ma mi venivano delle ripetizioni, perch in quel momento non avevo una storia mia, avevo perso la voce. E poi avevo paura, perch io ho sempre lavorato su basi autobiografiche e nella mia testa il cinema era una cosa che aveva una diffusione molto pi vasta del fumetto. Mi dicevo che se avessi raccontato i fatti miei come in La mia vita disegnata male, avrei finito per farmi troppo male. Quindi scrivevo roba e la buttavo subito dopo, oppure pensavo a cose che con il fumetto avrei potuto fare ma che con il cinema risultavano troppo complicate, come una storia ambientata in Terra Santa nel 1200.

E invece dietro a L'ultimo terrestre si cela la graphic novel Nessuno mi far del male di Giacomo Monti. Cosa ti colpiva in quella storia?
Quando ho letto Nessuno mi far del male, ho pensato immediatamente che fosse un racconto perfetto dell'Italia di oggi. C'erano due cose che mi spingevano verso quella storia. Intanto c' un lato buffo, perch nel 2001 avevo fatto un cortometraggio che si chiamava Vaffanculo del terzo tipo, dove ci sono gli alieni che arrivano nella campagna pisana e la gente del posto li piglia a sassate, urlandogli dovevate arrivare negli anni '60, che ci siete venuti a fare ora?. Quel tema l, del troppo tardi era presente nel volume di Giacomo e mi affascinava l'immagine di un popolo a cui non interessa pi niente. Poi c'era la questione politica, non troppo secondaria. Avevo l'idea che non sarebbe mai cambiato nulla, in nessuna maniera, mai, una cosa tipo Berlusconi fino alla fine dei suoi giorni. Oggi sono piacevolmente sorpreso da come il mondo cambia, per quanto possa cambiare in modo terrificante. Chiaro che se eri un ebreo polacco nel '39 il mutamento ti sarebbe piaciuto meno della stasi, per cui aspettiamo di vedere come andr. Di certo quella sensazione di palude morta era poco stimolante, mentre questa follia di oggi mi piace, ma al tempo stesso mi fa anche molta paura, perch non ho pi l'et per delle derive troppo pazzoidi della societ.

Quindi, dopo quanto successo in seguito alle ultime elezioni, forse non avresti girato quel film. I nuovi arrivati nella politica italiana, il Movimento 5 Stelle, Grillo e Casaleggio ti ispirano qualche idea cinematografica?
Per questo momento politico sto scrivendo una cosa. Un mondo post guerra batteriologica dominato dalla mistica e dove non esiste pi la logica. Protagonisti sono i ragazzi appartenenti alla quarta generazione dopo la guerra, i primi ad essere nati fuori dai bunker in un mondo fatto di sciamanesimo, di veggenti, dove ogni cosa viene interpretata in senso mistico e la gente campa mangiando pesci tossici. Non so se durer questa idea. Le idee vengono, ma solo le pi forti sopravvivono. Le possibilit che questa non lo sia sono altissime.

Cosa hai portato nel cinema della lunga carriera da fumettista?
Le inquadrature, cio un minimo di capacit nel sapere dove mettere la macchina da presa. Da un punto di vista di scrittura gli errori, che nel fumetto riesco ad aggiustare in fase di realizzazione delle tavole e nel cinema me li sono portati fino in sala. Quando scrivo penso che esistano solo le parole, quando inizio a realizzare i fumetti appaiono milioni di parole in pi, poi per andando a disegnare mi accorgo che basta fare un'espressione ad un personaggio per levare un blocco di testo. Nel cinema diverso e mi accorgo solo ora che nel film d'esordio ho avuto una scrittura storta, perch non mi rendevo conto che con l'immagine avrei potuto raccontare di pi.

Il secondo film a cui hai lavorato Smettere di fumare fumando, un prodotto a cavallo tra il documentario e il video-diario. Da dove nasce l'idea?
Il film l'equivalente in video di parti de La mia vita disegnata male, non perch ho voluto avere lo stesso approccio formale, ma perch ho usato lo stesso processo mentale. Ne La mia vita disegnata male scrivevo e raccontavo delle cose per capire perch fossi diventato ci che ero diventato, e in Smettere di fumare fumando ho usato lo stesso tipo di approccio per capire perch mi volevo fare venire un cancro ai polmoni o alla prostata. E' lo stesso tipo di meccanismo, avrei potuto girarlo anche con il DAS in stop motion, per quello dico che somiglia ai miei fumetti, non tanto per come a vedersi, ma perch ho usato me stesso come pupazzo e poi sono andato di intimit senza freni. Nei libri non ho avuto mai grossi guai a farlo, sul film purtroppo mi sono accorto che di una pericolosit infame.

A che genere di pericolosit fai riferimento?
Quando lavoro a storie personali, penso che tutti mi vogliano bene, come io ne voglio a loro, anche se non cos. Un libro a fumetti si legge comodamente sul divano, con i tempi che si vuole, andando indietro con le pagine, ritornando avanti, mettendo musica o stando in silenzio, creandosi un momento personale. Un film come Smettere di fumare fumando andato a Torino, in un festival di cinema dove molti sono l per fare gli spadaccini. Io ci ho solo messo la mia faccia, la mia bruttezza, mia madre, la mia fidanzata, e la prima recensione che ho letto quando sono uscito da quell'esperienza diceva una cosa tipo ma a chi la vuole dare ad intendere questo Gipi, ma davvero pensa che qualcuno creda che lui ha fatto quella cosa come dice di averla fatta. Mi negavano la sincerit, che l'unica cosa che c' dentro. E ho realizzato di avere sbagliato, perch non dovevo mettere il cuore l davanti a tutti, soprattutto con quella forma non protetta, contorta, attaccabile da tutti i lati.

In ogni caso questo secondo film rompe completamente con lo stile pi ordinato che caratterizzava il primo. Da cosa sei stato mosso nel portarlo avanti?
Era una sorta di reazione a L'ultimo terrestre. Non mi piace pensare che quello and male perch c'erano poche copie, mi piace pensare che non fosse abbastanza bello. Non credo nemmeno che sia stata la mancanza di attori super famosi, anche perch che io sappia in Italia uno star system vero e proprio non c'. Quando Gianni Amelio mi ha invitato a Torino in concorso, pur capendoci poco di festival, ero contento di concorrere con un film costato trecento euro. Andavo a fare a cazzotti con un prodotto del genere, mi piaceva, ci sono cascato. E invece probabilmente non dovevo. Forse era un momento in cui cercavo lo scontro.

Poco prima di Smettere di fumare fumando avevi iniziato a lavorare ad un serial, La teoria dei tre colpi. Che fine ha fatto quel progetto?
Da dodici anni sono ossessionato da un'immagine precisa, quella di due ragazzi su una baracca da pesca abbandonati dal mondo in povert assoluta, che vivono di stenti. Era una delle cose che ero riuscito ad infilare ne La teoria dei tre colpi, una storia che dopo L'ultimo terrestre iniziai a scrivere con Roan Johnson. Era una cosa che pensavo potesse funzionare, ma non c' nulla di pi abbietto di fare qualcosa solo perch potrebbe funzionare. Quando l'ho capito mi sono vergognato. In Fandango il progetto era piaciuto e forse avrebbero potuto realizzarlo. Ma ero io a sentirmi male. Attraversavo l'ennesimo momento in cui la scrittura mi usciva fasulla. Smettere di fumare fumando la risposta a quel momento l, in cui sapevo che se avessi fatto una cosa simile avrei perso quel poco di spirito che ho. Avevamo girato quattro giorni, e ci avevo tirato fuori un trailer di dodici minuti, ma il tutto si chiuso l. Mi per servito, perch parte di un percorso, come lo stesso Wow, il mio nuovo film, una strada che potr anche portare a non fare cinema, ma di sicuro una strada. Mi dispiace per Roan, che ho fatto impazzire per niente. Mi vergogno un po'.

Cosa hai scelto di raccontare in Wow, la tua nuova avventura produttiva low budget?
E' la storia di uno convinto di essere un uomo di successo, che scopre di non poter avere figli e precipita in un abisso dal quale deve riuscire ad uscire, cercando di trovare un motivo per stare al mondo quando ti pare che la natura non ti ci voglia. Il tutto trattato in modo molto buffo ma con un finale che a me fa piangere. Il titolo provvisorio iniziale era Il dolce su e gi, concetto che nasce dalla forma che prende spesso il mio umore. Avevo iniziato a lavorare su quello, poi il tema del film si spostato sulla morte, perch parla della morte di mio padre, del momento in cui mi dissero che non potevo avere figli e di come ho comunque trovato un posto nell'universo. Per me stato un piccolo miracolo produttivo. Sembra quasi un film, ma stato fatto senza soldi.

28/03/2013, 18:58

Antonio Capellupo