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CESARE DEVE MORIRE - Il film dei Taviani a Berlino


Accolto con un grande appaluso alla fine della proiezione, il nuovo film di Paolo e Vittorio Taviani è una forma di esperimento su un classico shakespeariano


CESARE DEVE MORIRE -  Il film dei Taviani a Berlino
Cesare non solo deve morire, risorgere e rimorire chissà quante altre volte ma soprattutto non devono morire i fratelli Taviani. Due ottantenni che regalano sperimentazione, emozione e "aria nuova" al cinema italiano attraverso due paradossi, il carcere e il teatro, un binomio antico quanto il mondo.
Quando uscendo dalla proiezione stampa alla Berlinale il palazzo tributa il film di un applauso sentito e caldo come finora mai era successo in questi primi giorni, si comprende che un uomo nuovo, ma non un superuomo nietzchiano, ma un uomo più umano, sia in qualche modo sul punto di riemergere. Che l'arte sia catarsi, per chi la fa e per chi la vive.
Il film è un caso anomalo di mescolanza dei generi, una masturbazione del set del set direbbe Carmelo Bene. Il teatro nel teatro, il cinema, la letteratura, il backstage, il bianco e nero, il dramma personale e reale che emerge attraverso le parole del "Giulio Cesare" di Shakespeare. Non si tratta di "recitare" nulla, ma di far risalire ad un livello conscio e ognuno nel proprio idioma, perchè Cassio è romano, Bruto napoletano e il dialetto è una lingua, ciò che anni di mala educacion per dirla alla Almodovar hanno tolto all'umanità. All'umanità tutta, non solo ai crimimali. Attraverso un'identificazione tra gli "attori", gli atti (anche delinquenziali) e le parole. Come nel sublime discorso di Antonio che venendo a seppellire Cesare parla degli "uomini d'onore".
"Da quando ho scoperto l'arte - dice Cassio/Cosimo Rega alla fine del film - questa cella mi è diventata una prigione".
Una prigione che i Taviani sono andati a cercarsi "per caso" come dicono loro, venendo a sapere da un'amica che in un teatro in Italia, ancora si piangeva, ci si emozionava. Era il teatro di Rebibbia a Roma. Sono andati, hanno visto La Divina Commedia e si sono innamorati dell'idea.
Da subito hanno pensato di mettere in scena il "Giulio Cesare" e così hanno fatto, coinvolgendo il direttore artistico del carcere Fabio Cavalli. Sei mesi di lavori, prove, provini, per arrivare a costruire un cast che in quattro settimane ha girato un'opera non da tre soldi ma di certo da premio.

L'uso del bianco e nero, per dare la dimensione del non-reale, come hanno detto i Taviani, amplifica la dimensione quasi epica del racconto e rende ancora più drammatica l'idea del carcere nella contrapposizione dentro/fuori. Il colore c'è solo due volte, quando vediamo ungla gigantografia del mare e quandi attori sono sul palco, davanti al pubblico reale. Non solo. La spigolosità di alcuni volti, le linee tragiche dei muri del carcere, i cortili spogli, le grate, le sbarre invalicabili, tutto diventa in bianco e nero più gelido, più duro, più rigoroso.

Per questo, quando riemergono al colore, alla vita libera, persone come Salvatore Striano/Bruto (ma sono di più i carcerati che hanno trovato un nuovo percorso come attori) riescono a ricostituire un rapporto con il mondo che avevano perduto. Lui, per esempio, dopo essere uscito dal carcere lavora stabilmente con la compagnia di Umberto Orsini ed è diventato attore a tutti gli effetti. In conferenza stampa, chi lo ha guardato bene, gli ha visto gli occhi luccicare, da Rebibbia a Berlino, come non piangere.

Il film sarà distribuito dalla Sacher a marzo, ha avuto il supporto del MiBac, della Regione Lazio, di Roma Capitale e soprattutto la totale disponibilità dei dirigenti di Rebibbia, un gruppo illuminato e certamente meritevole di menzione.

11/02/2012, 17:42

Elena Dal Forno

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