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Note di regia del film "Una Vita Tranquilla"


Note di regia del film
"Una vita tranquilla" parla la lingua dei sentimenti, il racconto si concentra sulle persone e sulla loro quotidiana fatica di vivere, di nascondersi, di essere al tempo stesso assassini ed esseri umani spaventa, fragili e tormentati. In questo modo, il centro emotivo del film va a collocarsi in quei sentimenti ambigui che dividono e uniscono un figlio dal padre, che lo ha abbandonato per salvarsi la vita: amore e rabbia irrisolta da un lato, paura e senso di colpa dall’altro. Rosario è un latitante pluriomicida e allo stesso tempo un bravo padre di famiglia, uno chef e un marito. Diego, a sua volta, è un ragazzo allo stesso tempo feroce ed ingenuo, irrisolto nel suo cercare una collocazione nel mondo, diviso tra il desiderio di emulare un padre mai davvero conosciuto e l’istinto alla negazione e alla distruzione di ogni legame.
Il centro della storia di UNA VITA TRANQUILLA non ha quindi a che fare con la camorra e con i fatti di cronaca, (successivi all’idea del film di diversi anni); gli elementi noir della trama hanno la funzione più alta di mestiere in scena un tema esistenziale Rpico del racconto moderno: la duplicità dell’essere umano.
La storia si svolge nel contesto di una quoRdianità disarmante e assoluta: si tratti di un contesto che conosco bene e che fa parte integrante del mio immaginario sin da quando ero bambino. Provengo da una zona abbastanza nota per le sue località termali, cittadine sonnolente e ordinate, silenziose e pacifiche. Nel raccontare la storia di Rosario ho avuto la sensazione d’essere di nuovo nei luoghi dove sono cresciuto: la città ideale per chiunque voglia rimuovere i propri errori e cercare un nuovo inizio, nascondersi e liberarsi dalla paura, costruirsi una vita tranquilla e viverla come se il passato non esistesse. La serenità addormentata di questi piccoli paesi è per me bella e commovente: tanto più commovente se teniamo conto della sua radicale fragilità. Tutto quel che vediamo – il ristorante, gli alberi di castagno, la piscina comunale e i viali mai trafficati – è destinato a finire, sconvolto dal ritorno di un passato che non era mai stato davvero rimosso e di cui si può avere un’immagine quando si solleva lo sguardo oltre il piccolo centro abitato, verso la spaventosa e inquietante natura che lo circonda.
Poter girare in Germania ha significato soprattutto questo, ma è anche un passo importante verso la costruzione di storie che non siano solo italiane, campane o venete: storie europee, poiché negli ultimi anni è sempre più chiaro che tutto è connesso e che la cosiddetta unità di luogo è diventata, per chiunque voglia raccontare una storia esemplare di questi tempi, una fastidiosa camicia di forza. Anche questo aspetto, insieme alle diverse lingue parlate nel film, dall’accento veneto dell’aiuto cuoco al tedesco leggermente impacciato di Rosario, dall’italiano indeciso di Renate al dialetto stretto di Eduardo e Diego, cosRtuisce un’importante risorsa espressiva e rappresenta il tema portante del film: nella sua nuova lingua, Rosario ha creduto di poter nascondere il proprio passato. Da qui il suo desiderio di parlarla bene, senza accento, come se fosse sempre vissuto in Germania. Ma il passato, come l’accento materno, è impossibile da cancellare.

Claudio Cupellini