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Giovanni Nuti, ridare la voce a Francesco


Giovanni Nuti, ridare la voce a Francesco
Quando penso alla storia di mio fratello Francesco, più che ricordare l’immagine di un volto che muta nel tempo, sento una voce. Quella limpida e alta, ancora non adolescente, che canta Nel sole di Al Bano, nella bottega del babbo Renzo. Quella un po’ orgiastica delle prime prove di comico e cabarettista. La voce seduttiva e dolcemente toscana dell’attore di successo. Infine la voce profonda, rotta e malinconica di un uomo maturo, ma provato dalla vita e da un dolore mai sanato. A questo punto, nel settembre del 2006, Francesco cade e la sua voce scompare.
É silenzio, come se il silenzio fosse davvero il suo destino, non solo il titolo del suo primo film. Poi – faticosamente - suoni stentati, che intendono tutto, ma non cantano più. Ecco, ora vedo e sento con chiarezza che la perdita della sua voce è la perdita irrevocabile del suo canto. Non so se si può vivere eppure morire. Cecco mi è ancora accanto, ma perdere la voce di un caro e riascoltarla – magari da un’ultima registrazione dimenticata – è come avere tra le mani la sua vita e un pò della sua morte, perché quella voce inattesa, fortunosamente recuperata, sembra venire da una soglia che non è più qui. C’è anche la mia parte in tutta questa storia, ovviamente autobiografica, necessaria alla comprensione di una testimonianza.
Devo confessare che non sono stato mai tenero con mio fratello, soprattutto negli ultimi anni della sua carriera. Ce le siamo dette tutte in faccia le cose, ma venne un momento in cui le nostre strade sembrarono così divise e lontane, che restò solo l’incomprensione, un giudizio senza appello. Eppure il mio risentimento, il dolore, la rabbia, si sono sciolti come neve al sole, quando Cecco è caduto, si è chiuso nel suo silenzio e poi, risalendo piano la china, si è risvegliato e ha parlato appena, con quella voce che non canta più. Ho provato un sentimento nuovo e forte, il compito di ridare voce a mio fratello. Compito impossibile per il medico. Possibile solo se compreso sul piano più generale e simbolico. Sì, perché mi sono accorto che al silenzio di Francesco corrisponde un silenzio più forte.
Il silenzio dei mondi del cinema e dell’editoria musicale, che forse non si sono accorti davvero dell’autore che lui rappresenta, che sembrano averlo dimenticato – rimosso, come dicono alcuni – con una rapidità intollerabile.
Saluto il documentario di Mario Canale – Francesco Nuti e vengo da lontano – per la sua qualità, e come augurio di una stagione nuova nella riflessione sull’opera di un autore del cinema italiano.
Perché, come ha scritto recentemente Cecco a proposito del proprio lavoro, i semi sono buoni e daranno buoni frutti.

Giovanni Nuti
Prato - Primo Ottobre Duemiladieci

28/10/2010, 09:02