Occupata la Casa del Cinema di Roma: la cultura in mutande
Il cinema italiano e tutto il mondo dell’audiovisivo sono di nuovo in agitazione. Il comune di Roma, in una memoria di giunta, ha espresso l’intenzione di mettere la
Casa del Cinema in mano ad un comitato d’affari. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo da troppo tempo.
L’assemblea indetta dai
100autori la sera del 22 ottobre a cui hanno aderito altre associazioni di categoria è diventata una occupazione simbolica di un luogo che si vuole espropriare in nome di un profitto che finirà per arricchire solo la politica e la solita cricca di amici della politica. L’occupazione è stata un’occasione di confronto simbolica e non violenta, che non ha in nessun modo interferito con la normale programmazione culturale della
Casa del Cinema. Non si tratta solo di un problema locale, la protesta è a tutto campo e tocca vari e diversi aspetti: non è solo una battaglia per la cultura, ma per il lavoro.
La riduzione del
FUS (
fondo unico per lo spettacolo) è ormai puntuale ad ogni finanziaria, e il
Tax Credit e il
Tax Shelter (che, in parole povere, sono sgravi fiscali per il settore) non sono previsti per il prossimo anno. Aggiungiamo il taglio del 30% alla produzione di fiction televisive e alla delocalizzazione all’estero di molte fiction (alcune delle quali finanziate con soldi pubblici) e avremo un quadro chiaro di quanto il settore sia in ginocchio, anzi, in mutande. Non è la protesta di una elite di ricchi intellettuali un po’ snob. Le più colpite sono le troupe, le maestranze, le quali hanno perso il 50% di ore lavorative rispetto agli anni precedenti.
Nei mesi scorsi gli interlocutori istituzionali, i vari ministri e sottosegretari, Bondi, Tremonti, Brunetta, Giro, hanno lanciato strali e invettive contro un settore che vale 250.000 posti di lavoro, come se un attore o uno scenografo disoccupato avesse meno dignità di un operaio o di un impiegato in un altro settore. Questa indegna concezione dei lavoratori dello spettacolo, come se fossero parassiti, fannulloni dell’effimero e del superfluo, è intollerabile: il settore audiovisivo è un’industria che produce un indotto e fa lavorare oltre duecentocinquantamila persone.
Affermare, come il ministro del tesoro ha fatto, che “la cultura non si mangia” è una battuta doppiamente infelice.
In primo luogo perché anche la cucina è cultura.
In secondo luogo, forse il ministro lo dimentica, perché buona parte del suo stipendio è pagato con i proventi di un turismo che se questo paese non avesse i beni culturali che si ritrova di certo non sarebbe così fiorente.
Di fronte a tanta arrogante miopia non ci si può non augurare che la permanenza al governo di questi elementi sia la più breve possibile. Quello che si chiede non è assistenzialismo ma una legge di sistema e regole che garantiscano il mercato. Si chiede che le fiction italiane si girino in Italia e con maestranze italiane (visto che vengono pagate anche con i soldi delle loro tasse). Si chiede che le televisioni non possano rivendere alle piattaforme digitali i diritti che non sono loro ma degli autori. Si chiede che a
Cinecittà si torni a fare cinema e non televisione di pessima qualità (se no cambiamole il nome in Telecittà). Si chiede che l’ingerenza politica sulla televisione di Stato non faccia lavorare solo i soliti raccomandati. Si chiede una tassa di scopo, perché la cultura potrebbe alimentarsi da sé se il prelievo fiscale sulla cultura andasse a finanziare la cultura stessa. La cultura è un’industria che rende anche dal punto di vista economico e sarebbe nell’interesse di tutti rilanciare questo settore. Se non lo si vuole fare c’è un motivo, o meglio, un movente: la cultura è potere, la comunicazione è potere, quindi si deve impedire alle voci che non si possono controllare di esprimersi liberamente. Lo spettatore dovrebbe avere il diritto di scegliere la proposta culturale che preferisce ma con una televisione generalista in mano ad una sola fazione la possibilità di scelta viene drammaticamente ridotta. La cultura è strettamente legata all’identità e allo spirito di un popolo e di una nazione. Una nazione debole, insicura, divisa e spaventata, in una parola: ignorante, è più facile da soggiogare. A questo progetto deliberatamente eversivo, mutuato da un noto piano di rinascita democratica, si aggiunge l’incapacità, l’approssimazione, la totale mancanza di idee e di prospettive di sviluppo. Non investire sulla cultura e sulla ricerca, anzi tagliare, significa tagliare le gambe al futuro di un paese che ha sempre fatto della creatività e dell’invenzione la propria forza. Non possiamo più pensare di competere con la Cina o con altri paesi in via di sviluppo nel settore manifatturiero. Possiamo invece cercare di conservare e sfruttare meglio il nostro patrimonio culturale, ma se i nostri politici non si rendono conto che i prodotti culturali di oggi saranno i beni culturali di domani significa che non sono adeguati alla guida di questa nazione.
Questa inadeguatezza si manifesta a tutti i livelli, nazionale, cittadino e regionale. Basti pensare che l’audiovisivo è la prima industria del Lazio e la regione supporta progetti di sviluppo nel settore attraverso concorsi pubblici. Peccato che la nuova giunta eletta con tanto clamore e soddisfazione non abbia ancora nominato le commissioni che dovrebbero valutare progetti i cui bandi sono scaduti da mesi.
La
Casa del Cinema è stato il primo passo di una protesta che continuerà, perché la cultura è in mutande e non solo quella. E dopo le mutande sappiamo tutti cosa viene.
Comunicato integrale 100autori:
http://www.100autori.it/
Nuovo aggiornamento del 26/10/2010:
Il mondo dei lavoratori del cinema pronto ad occupare il red carpet del Festival Internazionale del Film di Roma25/10/2010, 15:36
Daniele Malavolta