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Note di regia del film "Pietro"


Note di regia del film
QUATTRO PAROLE
Rabbia, tenerezza, fragilità, violenza. Sono le quattro parole che emergono quando penso a Pietro, un film nato da diverse congiunture e suggestioni, alcune molto personali. Era un momento difficile, non stavo facendo nulla; e mi dicevano che dovevo essere meno radicale nelle scelte delle storie da raccontare. Così, per risposta, ho scritto l’abbozzo di Pietro: un film duro che nasce da una situazione dura, da persone che conosco, fragili, invisibili, che questa società non vuole vedere. Ma che possono diventare bombe a orologeria, pronte ad esplodere.
RIFERIMENTI ALL’ATTUALITA’
Il film è anche figlio di una riflessione sui tempi che stiamo vivendo, dell’urgenza di dire e fare qualcosa. In questo senso Pietro ha una innegabile dimensione politica. C’è un’assenza totale di riferimenti all’attualità, così come viene intesa in maniera consueta; non c’è una tv accesa, non si vede un manifesto di nessun tipo di propaganda, non si parla né di primi ministri, né di eventi da “prima pagina”. Eppure ritengo che nel film ci siano tutte le ricadute che questa “attualità” può avere sulla realtà delle persone. Non volevo che il film dimostrasse a priori una posizione esplicita e schierata, perché il rischio è quello di proporre uno schema in cui tutto si colloca al suo posto in modo paradossalmente rassicurante. Per esempio, all’inizio pensavo che la ragazza che inizia a lavorare con Pietro dovesse essere straniera ma sarebbe diventato un film, che in un certo senso, non parla di me ma di qualcun altro, mentre in realtà il primo razzismo vero e assoluto è innanzitutto quello nei confronti dei poveri e degli emarginati (nessuno si sognerebbe di dire al miliardario Aga Khan “arabo di merda”). Volevo che non ci si potesse aggrappare a nulla, volevo che si sentisse, senza possibilità di fuga, che il destino di quella persona potesse essere il mio. Infine ritengo che, utilizzando una definizione di Pasolini, parlare degli “esclusi di razza bianca” sia più drammatico e spiazzante, considerando anche che la condizione di marginalità si sta diffondendo anche a fasce di popolazione che fino a poco fa si sentivano al riparo da qualsiasi intemperie sociale. E’ un storia che prova a riflettere quello che stiamo per diventare ‐ o già siamo.
SOCIETA’ E INDIVIDUO
In una società mors tua vita mea dove impera il darwinismo sociale, in cui l’individualismo regna sovrano e l’unica cosa che conta è il denaro, sia per chi vuole solo arricchirsi sempre più, sia per chi cerca solo di sopravvivere, il senso di comunità sparisce ed il primo a morire è proprio l’individuo e la sua unicità. L’altro non ha più diritto di cittadinanza, non si riconoscono più i legittimi confini di una persona; non si pensa più che ogni individuo è anche un universo umano a sé. Agli occhi degli altri Pietro non è una persona; quando va bene è una marionetta di fronte alla quale non devo nemmeno chiedermi se possa avere o meno un’anima. Ritengo che in sostanza questo sia il fascismo nella sua forma primaria: la negazione dell’altro. Pietro non esiste perché non gli viene riconosciuta la possibilità di avere dei desideri e delle aspirazioni. Esiste solo quando ho voglia di ridere o come forza lavoro da sfruttare. L’unico modo che Pietro ha per farsi considerare, anche dal fratello, è fare il giullare. Anche se, ribadisco, nel film non si vede una tv accesa nemmeno per sbaglio, Pietro vive in un mondo che è diventato una sorta di platea televisiva. Le persone intorno a lui sono ‘televisive’, nel senso che potrebbero essere il pubblico (entusiasta e feroce) di uno show, di quelli dove la gente diviene protagonista, dove possiam diventare tutti il Fabrizio Corona di turno. Non è un caso che il fratello dica a Pietro come unica frase, se non d’affetto, almeno di stima: “tu dovevi andare in televisione”. E per tutti Pietro è un personaggio da “La Corrida”, da tv spazzatura.
Come rispondere a tutto questo? Come cercare di rivendicare il proprio posto nel mondo? Uno dei problemi che pone il film è che per veder legittimata la propria umanità si può essere costretti a divenire violenti. Penso che Pietro reagisca in un certo modo forse per poter avere solo il diritto di raccontare qualcosa di sé che nessuno vuole né ascoltare né conoscere. Sono fragile, semplice, gentile e perché non c’è posto per me? e per dire questo sono costretto a dimenticarmi della tenerezza e affidarmi alla rabbia.
ATTORI
Mi hanno chiesto se erano presi dalla strada…appena si vedono delle facce sconosciute si apre subito questo discorso. Pietro Casella Francesco Lattarulo e Fabrizio NIcastro invece sono attori veri, forse così bravi da far pensare che siano così anche nella vita. Loro fanno un teatro surreale e del cabaret da molto tempo ed hanno un gruppo che si chiama “Senso d’oppio”. Io li conosco da anni, da quando Fabrizio partecipò al mio secondo lungometraggio Nemmeno il destino dove interpretava Ferdi, uno dei due protagonisti del film. La loro presenza è stato un altro stimolo importante per realizzare il film. Siamo amici e avevamo voglia di fare qualcosa insieme. I personaggi sono nati con loro e ho scritto il film avendo in mente le loro fisionomie. Pietro Casella ha un grande talento comico e sappiamo quanto sia sottile il crinale che separa il comico dal tragico. Altra componente importante, anche in Francesco e Fabrizio, è una grande fisicità. La prima cosa che sanno fare molto bene è sapersi muovere con il corpo nello spazio in cui si trovano.
LA PRODUZIONE
Il film è stato realizzato in modo del tutto indipendente, grazie innanzitutto al lavoro di chi vi ha partecipato, dai produttori in senso stretto alla troupe. Nel dividere il film in quote da distribuire fra noi, abbiamo stimato il budget intorno ai 350.000 euro, una piccola cifra che però non siamo riusciti a trovare e forse ad un certo punto ci siamo anche stufati di cercare. Fare questo film è stata anche una reazione alla palude in cui viviamo. Abbiamo deciso di rischiare e uscire dalle sabbie mobili piuttosto che accettare di restare fermi e farci inghiottire. Io credo che tentare di costruire qualcosa nonostante tutti gli ostacoli che ti infilano fra le gambe mentre vai per la strada che hai scelto di percorrere, sia il modo migliore di protestare.
LA TROUPE
Una delle cose più entusiasmanti della lavorazione del film è stato vedere come nel giro di mezza giornata il gruppo che si era formato intorno al progetto fosse diventato un corpo unico, una piccola orchestra che dopo un’accordatura inaspettatamente rapida riesce a suonare all’unisono senza problemi. La cosa è sorprendente perché la troupe del film era composta sia da persone di grande esperienza come Gherardo Gossi, che ha curato la fotografia degli altri miei film, o come il fonico Vito Martinelli con cui sto collaborando negli ultimi anni, o Diego Cavallo, organizzatore che aveva appena finito di lavorare in un film americano con Julia Roberts (!), sia da persone che si trovavano su un set quasi per la prima volta o persone che non avevano e non hanno nessuna intenzione di” fare del cinema” ma che si trovavano là per amicizia e allegria a lavorare con abnegazione. Abbiamo affrontato delle situazioni anche complicate come le riprese in metropolitana, praticamente rubate, con uno spirito picaresco. Ci siamo divertiti molto, vivendo con intensità la creazione di questo film. Credo che tutti conserveranno un bel ricordo della lavorazione di questo film; e questa è una cosa importante visto che fare dei film è in prima battuta un’esperienza di comunità.

Daniele Gaglianone