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Valerio Mieli: "La forza di Dieci Inverni risiede nella
sua universalità e nella facilità di immedesimazione"


Il regista Valerio Mieli racconta la sua commedia sentimentale "Dieci Inverni", un film sulla storia di due ragazzi che non riescono ad amarsi subito, ma si rincorrono per poi trovarsi nella maturità.


Valerio Mieli:
Come è nata l'idea per la realizzazione di “Dieci Inverni”? Come è nato il soggetto del film , Premio Solinas 2007 nella categoria “Storie di Cinema”?
Valerio Mieli: Ero al secondo anno di Centro Sperimentale quando Carlo Brancaleoni di Rai Cinema ha chiesto a noi allievi se avevamo dei soggetti da proporre con l’idea di coprodurre come saggio di diploma un lungometraggio. Non avevo nulla e forse è stata anche la fretta a obbligarmi a tirare fuori qualcosa di compiuto dalle vaghe suggestioni che mi ronzavano in testa: Venezia d’inverno, una storia nel tempo, raccontata per ellissi... Direi che le prime cose sono state proprio la Venezia quotidiana e il tempo che passa. All’inizio avevo in mente una storia d’amore vera e propria, pero’ protratta su un tempo molto lungo (anche più di dieci anni) in cui i personaggi si lasciavano, si ritrovavano, si sposavano e facevano figli con altri. Poi ho reincontrato Isabella Aguilar (che con me e Davide Lantieri ha scritto poi il copione), che conoscevo appunto da dieci anni e con cui avevamo avuto negli anni tanti rapporti diversi: eravamo stati amici, nemici, fidanzati con i rispettivi amici ma con cui, fino a quel momento, non eravamo mai stati insieme. Isabella mi ha fatto notare che un film molto simile a quello che avevo in mente esisteva già, ed era “Un Amore” di Tavarelli, e insieme abbiamo pensato alla trama così com’è e che in qualche modo riprendeva la nostra vicenda personale.

Il film narra la storia di due ragazzi che non riescono ad amarsi subito, ma si rincorrono per poi trovarsi nella maturità. Si può considerare il suo film una fiaba moderna? Rivede nei ragazzi di oggi i due protagonisti Camilla e Silvestro?
Valerio Mieli: Credo che la forza del film stia nella sua universalità e nella facilità di immedesimazione. Per esempio noto che "Dieci Inverni" piace molto anche all’estero. Anche in Giappone ho incontrato tantissimi spettatori felici di comunicarmi che avevano vissuto qualcosa di simile. E non è quindi un caso che la Storia, nel film, si senta poco. Niente torri gemelle, per esempio, niente telegiornali di quegli anni. Tuttavia, raccontando un’età che avevo appena finito di vivere è inevitabile che i personaggi siano ispirati a persone reali, che sono vissute in quegli anni; e così è inevitabile che il film rappresenti in qualche modo un mondo specifico, quello degli universitari italiani dell’inzio del terzo millennio.
Quanto alla fiaba, penso che una caratteristica di "Dieci Inverni" sia proprio l’equilibrio tra il realismo e il fiabesco. Sul realismo abbiamo lavorato molto sia scrivendo i dialoghi, che lavorando con gli attori e con il direttore della fotografia. D’altra parte l’ambientazione e la scelta di concentrarsi unicamente su gli incontri tra i protagonisti, lo rendono un film sospeso, un po’ fiabesco appunto.

Come ha scelto per i ruoli dei protagonisti i bravissimi Isabella Ragonese e Michele Riondino?
Valerio Mieli: Dopo tanti provini, sia ad attori sconosciuti che noti ed anche a persone non avevano mai recitato. Cercavamo soprattutto persone credibili sia come ventenni che come trentenni. Poi, ovviamente, attori molto bravi, che potessero reggere un film intero sulle loro spalle. Ma oltre a dover essere perfetti per il ruolo, era fondamentale che funzionassero come coppia. Se fossero stati troppo compatibili, il protrarsi della storia sarebbe stato incomprensibile; d’altra parte, se non ci fosse stato qualcosa di speciale tra di loro nessuno spettatore avrebbe tifato per vederli insieme.

“Dieci Inverni” è ambientato tra l'Italia e la Russia, in particolare tra Venezia e Mosca . Come mai la scelta di questo tipo di location?
Valerio Mieli: Come dicevo a Venezia tenevo fin dall’inizio. La Venezia degli studenti, dei vaporetti, delle osterie, oltre a essere stata poco raccontata al cinema, è intrisa di quell’equilibrio tra realismo e fiaba che serviva al film. E’ un luogo sospeso e fantastico, eppure è vero: ci abitano le persone, ci si ammalano, ci si innamorano. Mosca è arrivata dopo: in sceneggiatura serviva una capitale europea fredda e tra le ipotesi di coproduzione quella con la Russia ci è parsa la migliore. Mosca è un po’ la capitale dell’inverno, e poi mi piaceva che Camilla studiasse letteratura russa, ma anche che Silvestro, che la va a trovare, si ritrovasse in un "mondo straniante", in una città in cui non si riescono nemmeno a leggere i cartelli per strada. Da ultimo, Venezia e Mosca insieme creavano un bel contrasto: tanto è calma e sospesa la prima, tanto è caotica e sanguigna la seconda.

Il film ha una bellissima fotografia, con dei toni di “grigio” che creano un'atmosfera quasi magica. Come ha lavorato con Marco Onorato sotto questo aspetto?
Valerio Mieli: Molto bene. Amavo molto il modo in cui aveva lavorato sui film di Matteo Garrone e trovavo che una fotografia ricercata ma mai leziosa fosse perfetta per questa storia. Marco lavora moltissimo con la luce naturale, trovando, più che mettendo, la poesia nella luce. E poi è una persona con cui mi sono trovato molto bene, e la cui esperienza non solo non mi è mai pesata ma mi è stata sempre di supporto. E da lui ho imparato anche molto.

“Dieci Inverni” è anche un romanzo. Per introdurre il libro ha usato una citazione di Natalia Ginzburg: “Un giorno incontriamo la persona giusta. Restiamo indifferenti, perché non l'abbiamo riconosciuta”...
Valerio Mieli: La citazione è tratta da un racconto-saggio della Ginzburg che è una delle mie scrittrici preferite e che in qualche modo penso mi abbia influenzato. Amo di lei la profonda verità nascosta dietro a un apparente semplicità; l’attenzione alle piccole cose che non è mai leziosa appunto perché é autentica. Tuttavia in quel testo si racconta in realtà un sentimento un po’ diverso da quello che è al centro del film. Si tratta di due persone adulte (la Ginzburg e quello che poi è diventato il suo secondo marito) che non hanno una particolare passione ma invece un senso di profonda fiducia, stima e armonia. In "Dieci Inverni" è, invece, fondamentale la questione del tempo e della crescita: i due protagonisti sono persone diverse di anno in anno e quindi i rapporti tra loro sono sempre diversi. Devono trovarsi prima di trovare l’altro, ma quello che c’è sotto, quello che fa si che per tutti gli anni il fuoco non si spenga mai del tutto, è qualcosa di passionale, di emotivo. Non è la sicurezza. Anzi: sono due persone molto diverse che a lungo si temono.

Per concludere cosa è per lei la commedia “sentimentale”? Si sente un po' un innovatore in questo genere in Italia?
Valerio Mieli: Intanto non ho ancora capito se "Dieci Inverni" sia o meno una commedia. Sentimentale però lo è senz’altro, anche se questo termine ha assunto un’accezione un po’ dispregiativa. E’ sicuramente vero che si tratta di un genere poco praticato in italia, e più affrontato in Francia, negli Stati Uniti (penso più al cinema indipendente che a quello hollywoodiano) e in Oriente. Però direi che non mi sono mai posto il problema né di seguire un qualche filone né di distaccarmene. Da qui a dire che mi sento un innovatore...

30/12/2009, 16:26

Simone Pinchiorri