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Intervista ai registi del documentario "Merica!" Federico
Ferrone, Michele Manzolini e Francesco Ragazzi


I registi del documentario "Merica!", Federico Ferrone, Michele Manzolini e Francesco Ragazzi, descrivono la loro opera sull'immigrazione tra l'Italia ed il Brasile.


Intervista ai registi del documentario
I registi Ferrone, Manzolini e Ragazzi
Come è nata l'idea per la realizzazione del documentario "Merica!"?
Federico Ferrone: C’era da parte nostra la volontà di parlare dell’Italia di oggi e di un fenomeno fondamentale come l’immigrazione. Ci è sembrato che accostare la grande emigrazione italiana "storica" in Sud America con i flussi che oggi invece si dirigono verso l’Italia, fosse un modo interessante di guardare al fenomeno. Anche fra quanti oggi vedono l’immigrazione in Italia come un pericolo ci sono un grande consenso e simpatia per le sofferenze degli emigranti italiani: speravamo con "Merica!" di far vedere che tra le due esperienze ci sono in realtà molti punti in comune.

Come siete riusciti ad entrare in contatto con la comunità italiana di Espirito Santo e cosa vi ha colpito di queste persone?
Federico Ferrone: Michele Manzolini ha lavorato alcuni mesi al Consolato di Rio de Janeiro, che ha giurisdizione anche per lo stato di Espirito Santo. Si tratta di una regione poco mediatizzata ma è in realtà una delle più "italiane" del Brasile, visto che due terzi della popolazione sono discendenti di emigranti italiani, molti arrivati già a fine 1800 per lavorare nei campi di caffé al posto degli schiavi appena affrancati.

In Merica!" emerge come l'Italia sia vista come una nazione a cui ambire dai nostri ex connazionali e dai loro discendenti che sono immigrati in Brasile...
Michele Manzolini: In molti casi è proprio così. Contrariamente a quanto accaduto, ad esempio, in Nord America, nel sud del Brasile o in altre regioni d’Europa, in Espirito Santo sono molti i discendenti di italiani che vivono in condizioni economiche non ottimali. Per molti di essi il legame con l’Italia è certo affettivo ma è anche visto come un’opportunità di migliorare la propria condizione: per questo sono sempre di più le persone che cercano di "recuperare" il passaporto italiano per poi partire in Europa.

Felippe, il ragazzo che compare ad inizio del documentario ha una visione molto particolare dell'Italia. Mi ha colpito tra le sue dichiarazioni quella in cui dice: "Voglio sapere di più sull'Italia, su Mussolini e sulla sua storia". Che visioni avete riscontrato in questi giovani? Perchè proprio Mussolini?
Francesco Ragazzi: Felippe è uno dei molti emigrati italiani che non sono mai "tornati", neanche per una breve vacanza, in Italia. Molti di loro si fanno un’idea dell’Italia come di un posto senza politica, senza lotte sociali, senza dissensi interni. Quindi Mussolini, la mafia, la polenta, tutti questi referenti astratti all’identità italiana, raccolti in documentari storici, produzioni hollywoodiane, racconti dei nonni, tutto questo miscuglio di informazioni e simboli viene metabolizzato senza un principio chiaro di divisione. Ancora adesso, a San Francisco per esempio, non è raro entrare in un ristorante italiano e trovare una foto del duce: non per motivi politici, ma soprattutto perchè quella foto rappresenta un pezzetto di Italia. Tra l’altro, Felippe vuole saperne di piu’ su Mussolini, ma pensa anche che l’Italia sia una democrazia del primo mondo, dove i suoi diritti di cittadino italiano saranno rispettati. E forse questo fa più sorridere del riferimento a Mussolini.

Ci potete raccontare qualcosa in più dell'incontro con Giancarlo Gentilini e Sergio Zulian?
Francesco Ragazzi: Giancarlo Gentilini è una figura che non nasconde le sue opinioni politiche. Non sappiamo se ha visto il film o no, ma non pensiamo che sarebbe irritato dal modo in cui viene inserito nel discorso generale: le sue idee sono quelle, il suo stile è teatrale, ed è cosi che ha costruito la sua carriera politica. Come si vede nel film è un grande attore, e conosce benissimo i meccanismi che permettono di cogliere l’attenzione e la simpatia di un pubblico, malgrado il tenore delle sue idee. Noi in quanto documentaristi abbiamo il dovere di rappresentare le varie opinioni politiche che esistono su un tema come quello delle migrazioni incrociate di italiani e stranieri. E’ importante capire come, per persone come Gentilini, l’emigrato italiano sia radicalmente diverso del emigrato marocchino, brasiliano o albanese. Ed è qui il trucco retorico che permette di negare agli immigrati in Italia gli stessi diritti ricercati dai partiti di destra per gli emigrati italiani in Germania o in altri paesi: “loro non sono come noi”. Ed è proprio questa concezione che persone come Sergio Zulian cercano di combattere. Il lavoro che fanno i vari sportelli, a Treviso, ma anche Verona, Padova o Venezia è un lavoro ingrato, non pagato, difficile, ma che ha un’importanza fondamentale nel combattere le ideologie dell’esclusione in Veneto, e speriamo in Italia in modo più generale.

La visione degli immigrati brasiliani in Italia sul nostro paese è molto contrastante. Che idea vi siete fatti a proposito raccogliendo le varie testimonianze in giro per il veneto? E' possibile una vera integrazione o la comunità brasiliana, come dice l'operaio, sarà sempre costretta a vivere ai margini di quella italiana?
Francesco Ragazzi: Non mi sembra che Ernesto França Antunes jr., l’operaio, dica che i brasiliani saranno per sempre costretti a vivere ai margini della società italiana. Mi sembra che il suo messaggio sia invece un messaggio positivo, rivolto al futuro: “se noi immigrati ci diamo da fare senza aspettare che qualcuno ci venga a ‘integrare’, allora ce la faremo”. E questo vale anche per chi arriva con il passaporto italiano e pensa di essere accolto a braccia aperte come "il figlio della patria". Certo, in Veneto, come peraltro in tutta Italia, ci sono i Gentilini come ci sono i Sergio Zulian. Come dice Sergio, sbaglia chi pensa che poco a poco tutto si aggiusterà: l’integrazione si fa dando un senso di appartenenza alla gente che viene a lavorare qui. E questo senso di appartenenza, anche per gli immigrati che sono formalmente italiani, come Idiwaldo Francescon, passa dalla lotta per il diritto a una casa, dalla lotta per il diritto al lavoro legale, dalla per il diritto al soggiorno. Se non vengono garantiti questi diritti fondamentali, non ci sarà da stupirsi se si riprodurranno fenomeni simili a quelli delle banlieues francesi.

Quanto materiale avete girato per la realizzazione di "Merica!"? Cosa avete scartato nel montaggio del film?
Francesco Ragazzi: Abbiamo girato in totale piu di 60 ore di materiale. Il che corrisponde a un minuto di materiale utilizzato al montaggio per ogni ora di girato. E’ stato un lavoro di selezione molto faticoso perché è facile rimanere legati alle persone che si incontrano e alle immagini girate. Sono state scartate molte interviste di persone, blocchi interi su progetti particolari della regione, sul ruolo della chiesa cattolica, o addirittura la storia intera di una famiglia. Vista la complessità del nostro argomento, abbiamo pensato che tagliando nel materiale si sarebbe arrivati a una trama narrativa più compatta, anche se si ha sempre l’impressione di abbandonare materiale fondamentale.

Nei vostri lavori raccontate delle realtà sociali molto importnati e multietniche. Come è avvenuto il passaggio da "Banliyö - Banlieue", il vostro primo lavoro, a "Merica!"?
Federico Ferrone: C’è effettivamente una linea di continuità tra i due film. Entrambi raccontano storie che vanno al cuore delle questioni identitarie attraverso l’immigrazione. In "Banliyö - Banlieue" ci concentravamo su una piccola comunità turca in Francia, mentre con "Merica!" abbiamo cercato di ampliare il raggio di “analisi” e di concentrarci sulle contraddizioni del nostro paese, l’Italia, a partire dalla sua doppia storia di Emigrazione e di Immigrazione.

Come credete si possa migliorare la distribuzione del film italiani in sala e specialmente quella dei documentari?
Michele Manzolini: Il documentario mostra segnali di crescita in molti paesi e di conseguenza anche in Italia cominciamo a vedere sale che accettano di proiettarli. Ma più che la sala, che certo sarebbe una destinazione interessante per i documentari, ci sono altri “canali”che andrebbero potenziati. Penso anche a canali alternativi al circuito commerciale, visto il ruolo sociale del documentario. Come i dvd ma anche le piccole sale di provincia, le scuole e le associazioni culturali, perchè no?

Come considerate il panorama cinematografica italiano attuale?
Federico Ferrone: Domanda molto difficile. Se volessimo sintetizzare in poche parole mi pare che esistano molte iniziative interessanti ma un sistema produttivo e di distribuzione labirintico e limitato: idee buone ma poco “sistema”. Forse servirebbero una tv come ARTE e un po’ più di trasparenza nel sistema di finanziamento e distribuzione dei film da parte della tv generaliste e degli enti pubblici.

01/02/2008, 13:19

Simone Pinchiorri