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Intervista al regista Herbert Simone Paragnani
sul film "Donne Assassine"


Intervista al regista Herbert Simone Paragnani sul film
Paragnani con Cristina Albero e la Finocchiaro
Che effetto fa portare alla Festa del Cinema un film per la televisione?
Herbert Simone Paragnani: L’apprezzamento di Mario Sesti (direttore di Extra, ndr) ci ha lusingati, perché è proprio ciò che volevamo con i committenti di Fox: un prototipo televisivo che avesse la qualità di un prodotto cinematografico. Serial come "Lost" o 24 dimostrano di non aver nulla da invidiare al cinema, in termini di regia e interpretazione. E con Fox è stato un amore a prima vista: ho iniziato a lavorare al progetto di una sit‐com, anche sull’onda del successo di Boris, e poi a Donne assassine: naturalmente gli standard qualitativi imposti dalla rete sono altissimi, però è grazie a committenze come queste che oggi, per citare Aldo Grasso, il grande cinema si vede in televisione.

Ma quale televisione? Esperimenti del genere sono possibili in una tv generalista?
Herbert Simone Paragnani: Assolutamente no: nel mio film si parla di un amore lesbico, e di un delitto efferato che coinvolge una “donna di Chiesa”. Tutti tabù che nessuna rete “in chiaro” sarebbe disposta a infrangere. È molto tempo che lavoro per il piccolo schermo, e l’esperienza mi ha insegnato che la tv generalista rifiuta il concetto di autorialità. Più che una critica, è una constatazione: i prodotti televisivi italiani si somigliano tutti, sempre alla ricerca d’un tocco di mélo, persino nelle sit‐com.

In passato, le cose andavano diversamente?
Herbert Simone Paragnani: La tv italiana ha prodotto prototipi geniali, e si trattava per lo più di prodotti di genere: "Il segno del comando", "L’amaro caso della baronessa di Carini", addirittura la serie di fantascienza "A come Andromeda". Tutti esempi di narrazione adulta, a volte persino inquietante. Interpretati da grandi attori: Adolfo Celi, Paolo Stoppa, Tino Carraro.

E le attrici che ha scelto per "Donne Assassine"?
Herbert Simone Paragnani: Loro hanno fatto pochissima televisione, ma sono state le prime a sostenermi: hanno letto la sceneggiatura, e quando hanno capito che si trattava di un pilota, che poteva persino non andare mai in onda, hanno rinunciato ai loro compensi abituali pur di farne parte. A dimostrazione che c’è grande sete di novità, non solo in chi il cinema lo vede ma anche in chi lo fa.

E da parte delle interpreti, c’è anche voglia di confrontarsi con una femminilità inedita, rimossa, poco raccontata…
Herbert Simone Paragnani: La femminilità in tv è sempre rassicurante: la donna è soltanto madre, o moglie, in qualche caso amante. C’è tutto un mondo, di donne omosessuali, o di sessualità represse, di altri modi di vivere la propria femminilità, che la tv e il cinema hanno rimosso. La sfida del mio film è anche questa: proporre a una platea televisiva fatta per lo più di donne (così dicono le statistiche) una storia fuori dagli schemi. E i primi test‐screening sono incoraggianti: il pubblico femminile dimostra di apprezzare il film proprio perché racconta senza censure un tipo di sessualità escluso dall’mmaginario collettivo descritto dalla tv.

Due attrici molto diverse, per aspetto e temperamento: com’è nata questa scelta?
Herbert Simone Paragnani: Le ho scelte proprio per questo contrasto, e l’esperienza sul set mi ha dato ragione perché si sono amalgamate molto bene, pur lavorando in modo diverso.

Sabrina Impacciatore è incontenibile, deve essere domata; mentre Donatella Finocchiaro ha una straordinaria forza espressiva che va sempre tenuta sulla corda.
Herbert Simone Paragnani: Di Sabrina ho sempre ammirato la vis comica, sin dai tempi di "Non è la Rai", però ha un volto e un piglio drammatico ancora poco sfruttato dal nostro cinema.
Donatella l’ho scoperta in "Angela", e poi nei film di Marco Bellocchio, ma non l’avevo mai conosciuta di persona: fuori dal set è divertente, solare… ecco, lei potrebbe essere una grande attrice comica.

Con loro c’è anche Giorgio Colangeli, che fu premiato l’anno scorso alla Festa…
Herbert Simone Paragnani: L’avevo conosciuto a teatro: è sempre stato un grande attore, anche se nessuno l’aveva scoperto: quando ho visto L’aria salata sono stato molto felice per lui, ma anche un po’ invidioso di Alessandro Angelini. Nel mio film è don Ignazio, un prete operaio… e si è calato nella parte al punto che sul set tutti lo chiamavano “Padre”. A conferma di un’idea che ho sempre avuto, e che penso sia la forza del mio film: gli attori sono il più grande effetto speciale che ci sia.

Per il cast tecnico, a chi si è rivolto?
Herbert Simone Paragnani: Abbiamo girato moltissimo in Argentina, dove ci sono delle maestranze di altissimo livello. Dall’Italia ho voluto con me il direttore della fotografia Gogò Bianchi, che ha lavorato con Alessandro Piva ("La Capagira" e "Mio Cognato") e Enrico Pau ("Pesi Leggeri" e "Jimmy della Collina") e l’art director Valentina Scalia, che è la scenografa di Corso Salani e Salvatore Mereu, e ha ritrovato nei quartieri di Buenos Aires un po’ dell’architettura francese di Torino, dov’è girato il resto del film.

E il futuro, per Herbert Simone Paragnani?
Herbert Simone Paragnani: Sto lavorando a tre progetti per il cinema: uno è ambientato a Torino, e di nuovo da un fatto di cronaca, ma di più non posso dire. Mentre gli altri sono un ritorno alla commedia, un genere che amo molto: e un’altra lezione italiana che mi se bra in via di estinzione.

19/10/2007