Festival Internazionale della Cinematografia Sociale \
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Note di regia del documentario "Un'Incerta Grazia"


Ho trascorso l'ultimo anno dentro un Centro di Permanenza Temporanea per provare a capire dall'interno questo benedetto fenomeno della migrazione dei popoli. Coordinavo la struttura edificata a ospitare le ragazze violentate alla prostituzione. Trafficate come merci. Vendute e acquistate da un compratore all'altro. Da un Paese all'altro.
Per un anno ho messo da parte la scrittura, i libri, i convegni. Anche la famiglia. Ho dedicato le giornate ad ascoltare i racconti e le paure. Nel tentativo di risolvere i problemi posti sul cammino di un inserimento nella società civile. E del rientro nelle famiglie d'origine.
Al termine del mio incarico, ho deciso di narrare per immagini questo percorso. Non il mio, poco interessante e troppo personale. Bensì, quello delle moltitudini capaci di abbandonare la propria terra e imbarcarsi verso un futuro di cui non sanno nulla. Una "terra incognita" minacciosa e proterva, in grado di risucchiare nei vortici della clandestinità più precaria. Priva di diritti. Come fossero "senza nome" spettrali cancellati all'anagrafe.
Abbiamo girato un Film-documentario giusto lì dove la migrazione presenta la sua faccia più sporca. Appunto, in un Centro di Permanenza Temporanea. Un CPT. Il non-luogo dove si addossano coloro avviati all'espulsione dall'Italia. Scacciati senza appello dal "paradiso terrestre". Condannati ad attendere sessanta giorni prima di essere accompagnati alla frontiera o di ricevere un foglio di via o ancora di trasvolare i mari fino al Paese di appartenenza.
Il sessanta per cento della popolazione racchiusa in un CPT proviene direttamente dalle carceri. Scontata la pena, sono vomitati in questa sorta di universo concentrazionario in attesa di identificazione e di essere difinitivamente allontanati. Le telecamere dei giornalisti hanno il divieto di illustrare la non-vita che si trascina al riparo delle mura di cinta. I cronisti sono ammessi soltanto mantenendosi all'interno dei cosidetti "luoghi comuni", in pratica il cortile esterno alla struttura e il corridoio sul quale affacciano gli uffici amministrativi.
Noi abbiamo narrato le giornate sospese. I volti e le preghiere e i pasti e il passeggiare avanti e indietro, da questa parete a quella opposta, sigaretta tra i denti, mani nelle tasche. Per raccontare le ragazze vendute come schiave, non potevamo omettere nessuno dei capitoli che compongono l'universo migrante.
Dall'interno del CPT, siamo arrivati in Moldova. Una macchia di terra incuneata tra l'Ucraina e la Romania. Azzannata dalla povertà e da un'emigrazione che ha portato lontana un terzo dell'intera popolazione. Donne a decine di migliaia costrette a lasciare i figli; mariti dispersi negli anfratti oscuri delle nazioni ricche. Un milione e settecentomila espatriati. Una fuga dall'inedia in direzione delle luci abbacinanti d'occidente.
In Moldova raccontiamo il motivo della migrazione. Attraverso le donne lacerate dalle umiliazioni inferte loro dai nostri connazionali. E le altre che invece sono rimaste. Aggrappate con i denti e le unghie a una famiglia piagata dalla fame, serrata all'ora di cena attorno a una tavola imbandita di un piatto di patate e verza.
Raccontiamo le strade sbocconcellate, i carri tirati dal cavallo, le milizie mal pagate intente a ripetere all'infinito le stesse marce di sempre di fronte agli stessi palazzi padronali di sempre. E i vecchi obbligati a vendere le misere cianfrusaglie di casa. E gli sciami di disoccupati affogati nella trasparenza venefica della bottiglia di vodka.
Raccontiamo i bambini avvinghiati ai giganteschi tubi dell'acqua bollente che corrono il sottosuolo di Kisinau, la capitale della Moldova. Bimbi a decine, luridi di grasso e pustole e scabbia. Che sorridendo incerti ci guardano trapassando l'obiettivo della macchina da presa, imponendosi come una domanda a cui non c'è risposta.
Abbiamo titolato questo lavoro "Un'incerta grazia": poichè, il momentaneo abbraccio misericordioso che accoglie il migrante allo sbarco, è assolutamente incapace di progettare un cammino da percorrere assieme. E al centro del film-documentario, abbiamo messo le donne. Madri e figlie. Perchè raccolgono nel loro grembo l'idea di futuro e le piaghe del presente.

Claudio Camarca