Sinossi *: Il titolo traccia una traiettoria, e la provocazione centrale del film è che il senso di marcia si è già invertito. Girato interamente con un iPhone all’interno del negozio virtuale di IMVU, sfruttando la modalità di anteprima del carrello per catturare gli oggetti senza acquistarli, From You To Me documenta una cessione che è avvenuta in silenzio: l’avatar era già lì, in attesa, ed è ora lui a dettare le condizioni. Palmer inquadra tutto ciò come un monologo visivo su una dipendenza nuova e per lo più non riconosciuta, non la sostituzione drammatica dell’umano da parte del digitale, ma qualcosa di più insidioso: una continuazione gentile che rende secondario l’originale. Per essere reali, leggibili, riconoscibili, occorre prima chiedere il permesso al proprio doppio. Senza la validazione dei suoi dati, non è l’avatar a svanire. A due minuti e mezzo, non c’è spazio per le attenuanti: ogni secondo è portante, ogni gesto arriva o non arriva. From You To Me è il lavoro più compresso del programma — e del festival — e forse il più sardonico: un film sull’intimità che si rivela un film sulla giurisdizione, una trasmissione che arriva perfettamente intatta, solo che non è più indirizzata a te.