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locandina di "Aicha è Tornata"

Aicha è Tornata


Regia: Juan Martin Baigorria, Lisa Tormena
Anno di produzione: 2011
Durata: 35'
Tipologia: documentario
Genere: sociale
Paese: Italia
Distributore: n.d.
Data di uscita:
Formato di ripresa: Mini DV
Titolo originale: Aicha è Tornata

Sinossi: Il documentario racconta le migrazioni di ritorno nelle province Khouribga,Beni Mellal e Fkih Ben Salah, principali bacini d’emigrazione dal Marocco verso il Sud dell’Europa, descrivendo le problematiche legate a questo fenomeno da un punto di vista di genere e concentrandosi sulle storie femminili. Narra le vicende di sei donne marocchine, tornate nella loro terra d’origine dopo essere emigrate e aver vissuto in Europa, e mette in evidenza i diversi motivi che le hanno spinte a emigrare, le differenti ragioni che le hanno portate di nuovo in Marocco e soprattutto le difficoltà del ritorno. Storie spesso drammatiche, aggravate dal fatto che le protagoniste sono donne.

Sito Web: https://www.facebook.com/pages/Aicha-%C3%A8-Tor...

Ambientazione: Chaouaia-Ouardigha (Marocco) / Tadla-Azilal (Marocco)

"Aicha è Tornata" è stato sostenuto da:
Sunset Studio
Università di Ca'Foscari
Comune di Venezia


Note:
QUADRO STORICO SOCIALE
Parallelamente a un aumento della migrazione femminile dal Marocco verso l’Europa si assiste, negli ultimi anni, al fenomeno direttamente proporzionale dei ritorni delle donne migranti al proprio Paese d’origine. Rispetto alle migrazioni di ritorno maschili la percentuale di donne che rientrano sembra essere meno evidente, a causa di una mancanza d’interesse per un approccio di genere applicato ai ritorni in Marocco.
Finora, infatti, gli studi e le azioni a favore dei migranti di ritorno sono stati rivolti alla popolazione migrante in generale, senza una distinzione di genere e delle differenti problematiche che questa distinzione comporta da un lato, e delle difficoltà legate al tessuto socioculturale del Paese dall’altro.
La provincia di Khouribga costituisce il principale bacino di migrazione dal Marocco verso l’Europa mediterranea, Spagna e Italia in particolare. La città fu fondata nel 1920 sotto il protettorato francese, in seguito alla scoperta di ricchi giacimenti di fosfati, che rappresentano un terzo della riserva mondiale e la principale fonte economica di questa regione, altrimenti arida e poco adatta alla produzione agricola.
Con la caduta dei prezzi dei fosfati negli anni settanta e la conseguente caduta della domanda di manodopera, il tasso di disoccupazione locale è aumentato in maniera esponenziale, dando origine a un consistente flusso migratorio interno verso le grandi città, Casablanca in particolare, ed esterno verso l’Europa mediterranea. Non si trova oggi, a Khouribga, una famiglia in cui almeno un membro non sia emigrato.
I segni più evidenti di questo trend, cominciato nei primi anni ottanta, riguardano la trasformazione del tessuto sociale. Un cambiamento che appare evidente semplicemente guardando le targhe delle automobili, quasi esclusivamente europee, o prestando attenzione ai mutamenti urbanistici della città, che conta un intero quartiere di palazzine in costruzione, lasciate a metà e disabitate, finanziate con le rimesse dei migranti residenti all’estero.
Sebbene non sia realistico parlare di una “città fantasma”, dal momento che 160.000 persone continuano a viverci, la sensazione che si prova è quella di una città di passaggio, in cui gli abitanti, soprattutto i più giovani, non desiderano mettere radici, nella speranza di trovare maggiori possibilità di riuscita altrove. Il fenomeno migratorio è andato amplificandosi nel corso degli anni, contribuendo a costruire il mito del “migrante in Europa”, rappresentato in genere da un giovane che viene mandato in “missione” dalla cerchia parentale, che si autotassa per mettere insieme la somma necessaria alla partenza. Un sacrificio che rappresenta, però, la possibilità di migliorare le condizioni di vita dell’intera famiglia.
Per chi parte il fallimento non è ammesso e chi torna a casa a mani vuote è percepito dalla società locale come un perdente. Diventa perciò evidente come la migrazione di ritorno non volontaria, ovvero per espulsione o per ragioni personali, produca in questo contesto una profonda frattura del tessuto sociale, contrapponendo questi migranti, già segnati dal loro percorso all’estero e dalla sensazione di fallimento del proprio progetto, alle loro famiglie e ai loro conoscenti restati in Marocco, che non riescono a farsi una ragione di questo insuccesso, non avendo vissuto direttamente l’esperienza migratoria.
Sebbene le difficoltà maggiori che tutti i migranti di ritorno devono affrontare siano prevalentemente di natura economica, il disagio delle donne di fronte al fallimento del progetto migratorio si rivela assai più profondo, a causa dell’auto-percezione e della percezione degli altri all’interno della società marocchina. Le donne marocchine, soprattutto quelle che abitano nelle zone di campagna, dispongono tuttora di una libertà molto limitata e costantemente sottoposta al controllo del capofamiglia, sia esso il padre o il marito. Situazioni di questo tipo sono ancora molto diffuse nonostante gli sforzi fatti dalle associazioni in difesa dei diritti delle donne, appoggiate dal Re Mohamed VI che, nel 2004, ha promulgato la Moudawana, il nuovo codice della famiglia, per cercare di cambiare la società e la cultura del Paese in questo senso.
Le donne non godono inoltre di alcuna possibilità autonoma di movimento, ritrovandosi per la maggior parte del tempo all’interno delle mura domestiche, dalle quali possono uscire solo per motivi precisi e giustificati, legati prevalentemente alle faccende domestiche.
Quindi la difficoltà maggiore affrontata dalle donne migranti di ritorno è proprio quella di non aver la possibilità di condividere la propria esperienza e di non avere accesso ai programmi di assistenza.


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