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Note di regia del documentario "Cinema Universale d'Essai"


Note di regia del documentario "Cinema Universale d'Essai"
Probabilmente quando La Rosa Purpurea del Cairo di Woody Allen è stato proiettato al Cinema Universale di Firenze, nessuno si è particolarmente stupito del fatto che nel film il protagonista aveva abbandonato lo schermo e si era trasferito in sala. Per il pubblico dell’Universale una cosa del genere accadeva quotidianamente, qualsiasi fosse la pellicola proiettata: film e pubblico erano tutt’uno. Da sempre. E da sempre interagivano, dando al film un sapore ogni volta diverso. Il film diventava una partitura su cui improvvisare collettivamente, facendolo diventare proprio e rispecchiandoci sogni e ambizioni delle diverse generazioni che si succedevano sulle stesse poltroncine di legno. Non un improvvisazione jazz: piuttosto un atmosfera più psichedelica, punteggiata spesso da alcol e hashish. Riscoprire la storia dell’Universale attraverso il lavoro di ricerca prima, e di ripresa poi è stato un emozionate viaggio in una particolarissima storia del cinema che trae l'origine da un modo molto popolare di vedere il film in quartieri come il Pignone e San Frediano. Così negli anni cinquanta e sessanta il cinema era vissuto allo stesso modo in cui altrove si viveva l’avanspettacolo, e “i ragazzi di San Frediano” (o più propriamente del Pignone) si esercitavano in battute con i Clark Gable e i Clint Eastwood di turno.
Ma è con la trasformazione in “Universale d’essai”, con l’avvento dei film cult al seguito della generazione del settantasette che il cinema inizia a diventare un luogo imprescindibile per chiunque vivesse la città: rimane il dialogo serrato con lo schermo.
“Sacco e Vanzetti” o “Fragole e sangue” diventavano film collettivi sui quali sfogare la propria rabbia o cimentare i propri ideali mentre il Live at Pompei dei Pink Floyd e soprattutto Woodstock venivano vissuti in un atmosfera live che si ripeteva ogni volta diversa ( e c’è chi è pronto a giurare che una volta Joan baez non riuscì a suonare perché poco in sintonia con il pubblico di quella sera).
Quando la repressione e l’eroina hanno provocato un brusco cambiamento di pagina, le pellicole in cui identificarsi sono diventate “The Blues Brothers”, “I guerrieri della notte” o “Animal House”, e la rabbia si è trasformata in quella dello scudetto rubato del 1982: e allora le maglie della juventus diventano immediatamente quelle dei nazisti di “Fuga per la Vittoria” e il gol di Pele’ la redenzione di una città.
Una partecipazione meno politica e più divertita, con vespe che entravano sgassando in sala, con piccioni che si libravano in aria durante la proiezione de “il volo” e con la polizia che irrompeva nel cinema durante la proiezione de “La retata”. Ma sempre, in ogni epoca, con i commenti e le battute ad alta voce per tutti e su tutti.
Fino alla sua chiusura, nel 1989. Il crollo di un altro Muro di Berlino. E la sua trasformazione alcuni anni dopo in un locale alla moda dove si entra solo se vestiti in modo “trendy”. Forse ancora una volta lo specchio di un periodo. Un periodo sicuramente più triste, quello dove i cinema chiudono e i film diventano ostaggio di mega-strutture del divertimento conformista.

Federico Micali