I viaggi di Roby

Anthropometry 154855


Regia: Marcantonio Lunardi
Anno di produzione: 2015
Durata: 3' 35''
Tipologia: cortometraggio
Genere: arte/sperimentale
Paese: Italia
Distributore: n.d.
Data di uscita:
Formato di proiezione: HD, colore
Titolo originale: Anthropometry 154855

Sinossi: Anthropometry 154855 racconta il processo di spersonalizzazione che subisce un soggetto prigioniero dei meccanismi tassonomici della burocrazia. Il titolo, pur richiamando apertamente le antropometrie di Yves Klein nella misura in cui riproducono il canone delle proporzioni umane, dichiara subito la propria specificità con l'aggiunta della cifra.
154855 è un numero di matricola, è il numero con cui il regista ha schedato il protagonista del suo film, un uomo di cui vengono catalogati i parametri antropometrici fino all'archiviazione del suo ultimo respiro. L'intuizione su cui si fonda questo lavoro è l'immagine della misurazione del corpo umano come allusione alle procedure di classificazione degli individui nell'ambito dell'eugenetica nazista. Quell'immagine è il punto di sintesi di una lunga riflessione e di una ricerca in cui sono confluiti i racconti dei perseguitati politici, le conoscenze dell'antropometria nazista e lo studio delle tecniche d’interrogatorio attraverso i prontuari che furono desecretati alla fine degli anni '90.
Nei manuali si danno precise indicazioni sulla tortura ma non vi sono mai scene cruente o descrizioni efferate. Ciò che le persone comuni considerano abominio è il semplice risultato di un procedimento asettico e burocratizzato. Tutto si limita a questo: il dolore e la morte non sono altro che procedure. La disciplina della classificazione portata a sistema di organizzazione sociale diventa strumento di discriminazione e di annullamento al punto da trasformare un uomo in pure sequenze numeriche. Il film illustra la spoliazione progressiva della sua identità attraverso la raccolta delle misure antropometriche, dei fluidi e infine dell'ultimo respiro che viene regolarmente catalogato e archiviato.
Eichmann, durante il suo processo, disse che non si sarebbe sentito la coscienza al posto se non avesse fatto ciò che gli veniva ordinato con zelo e cronometrica precisione.

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