FERINE - La bestia che si nasconde dentro di noi
Con “
Ferine” di Andrea Corsini, il confine tra istinto e razionalità si fa sempre più sottile. Un horror psicologico che affronta il dolore, la maternità e la perdita attraverso immagini crude e suggestioni animalesche. Un’idea interessante, che però non sempre trova uno sviluppo pienamente convincente.
Una pantera in fuga, una donna incapace di fare i conti con il proprio dolore e un progressivo ritorno a una dimensione primordiale, nella quale le regole della civiltà sembrano perdere ogni significato. È da queste premesse che prende forma il film horror che possiede anche una forte componente drammatica e psicologica, in arrivo nelle sale italiane il 5 novembre 2026.
Al centro della storia c’è Irene, una ricca collezionista d’arte che ha costruito la propria esistenza attorno al mondo artistico e a una vita apparentemente privilegiata. Dietro questa facciata, tuttavia, si nasconde un dolore profondo, legato soprattutto ai ripetuti tentativi falliti di diventare madre. Quando decide di ricorrere alla gestazione per altri, sembra finalmente intravedere la possibilità di realizzare il suo desiderio. Ma anche questa volta qualcosa va storto: dopo aver ottenuto la bambina dalla madre biologica, Anita, Irene si mette in viaggio con la neonata. Un incidente provocato da una pantera sulla carreggiata stravolge ogni cosa e la piccola scompare.
È proprio da questo momento che il film comincia a cambiare pelle. Irene precipita in una condizione sempre più inquietante, nella quale il trauma sembra trasformarsi in un impulso incontrollabile. Il rapporto con il cibo, il progressivo abbandono delle convenzioni sociali e l’attrazione per la carne cruda diventano manifestazioni evidenti di una trasformazione che non è soltanto psicologica, ma anche fisica e comportamentale.
Corsini costruisce un racconto che mette in relazione la vicenda della protagonista con quella di Giulia, una bambina che vive una situazione familiare difficile. Quando le viene prospettata la possibilità di accoglierla, Irene inizialmente rifiuta, ma qualcosa nel loro rapporto finirà per cambiare. La donna sembra trovare nella bambina una sorta di sostituto di ciò che ha perduto, instaurando con lei un legame sempre più ambiguo, lontano dalle normali dinamiche di cura e protezione.
Tra le sequenze più significative c’è quella della performance artistica in cui un animale viene macellato sulle note del death metal: una scena disturbante, che introduce efficacemente il rapporto tra arte, violenza e istinto. Non mancano poi momenti visivamente forti, come quello in piscina, quando Irene comincia a gettare le proprie opere d’arte nell’acqua, fino a essere ritrovata da Alfredo in uno stato decisamente allarmante. È un’immagine che suggerisce la definitiva rottura con il mondo nel quale aveva sempre vissuto. Non manca nemmeno una componente importante di body horror, affiancata da momenti splatter che potrebbero impressionare il pubblico più sensibile.
Interessante anche il parallelismo con la pantera, presenza che accompagna il racconto e diventa progressivamente qualcosa di più di una semplice minaccia. Tra la donna e l’animale si instaura una sorta di specularità: entrambe sembrano muoversi al di fuori delle regole umane, spinte da una natura che non conosce compromessi.
Il titolo “
Ferine” è il femminile plurale di “ferino”, dal latino ferinae e richiama proprio ciò che è selvaggio, bestiale, feroce. Una scelta tutt’altro che casuale, soprattutto considerando il ruolo centrale delle figure femminili.
Il problema è che, se l’idea di partenza è decisamente interessante, lo svolgimento non riesce sempre a mantenerne le potenzialità. Nel corso della visione si accumulano situazioni, personaggi e sottotrame che non trovano sempre una spiegazione sufficientemente chiara. Alcuni passaggi risultano confusi, altri sembrano introdotti senza essere sviluppati fino in fondo. Anche determinati comportamenti dei personaggi e alcuni snodi narrativi lasciano più di una domanda.
Resta comunque apprezzabile il tentativo di
Andrea Corsini di allontanarsi dai meccanismi più convenzionali dell’horror, scegliendo di raccontare la sofferenza attraverso il corpo, la violenza e la progressiva animalizzazione della protagonista. È soprattutto la scelta di raccontare questa storia attraverso figure femminili e la rappresentazione di una maternità macabra, raramente esplorata finora, a rendere il tentativo degno di nota.
È un film originale, con un’identità chiara e con delle belle idee di partenza, ma il risultato finale è decisamente imperfetto.
05/11/2026, 19:21
Marta Bello