Note di regia di "Variazione Minima"
Variazione Minima nasce da un’idea vaga che mi ossessionava: mettere in scena due archetipi che sentivo rappresentassero la società di oggi. Due figure profondamente diverse, ma accomunate da un individualismo esasperato, che le conduce verso una dimensione paradossale, in cui ciascuno sembra incapace di uscire dalla gabbia che si è costruito da solo. Mi interessava raccontare due personaggi archetipici contrapposti e osservare cosa accade quando le loro esistenze si incontrano. Le loro ragioni, le loro frustrazioni e il loro modo di interpretare la realtà entrano in collisione. L’assurdo, in questo senso, non è un elemento estraneo alla realtà, ma qualcosa che emerge proprio quando i comportamenti quotidiani vengono portati alle loro estreme conseguenze. La chiesa, ambientazione principale del film, diventa il simbolo di un giudizio, di una moralità laica che aleggia intorno ai due protagonisti. Un luogo che conserva la memoria di una funzione spirituale, ma che qui assume un significato diverso: lo spazio stesso custodisce una possibilità di giudizio che prescinde da qualsiasi riferimento religioso. Non si tratta tanto di raccontare una storia in senso tradizionale, quanto di aprire una sorta di feritoia nell’assurdo che riguarda la vita. Mi interessava lasciare che una situazione banale si trasformasse progressivamente in qualcosa di più ambiguo, capace di mettere in discussione le certezze dei personaggi e quelle dello spettatore. L’ironia nasce proprio da questo scarto tra la dimensione concreta degli avvenimenti e il significato che assumono. Anche dal punto di vista della regia, non volevo che lo spettatore fosse costretto a identificarsi completamente con uno dei due protagonisti. Il film non è costruito come se vedessimo tutto esclusivamente attraverso i loro occhi. La macchina da presa mantiene spesso una posizione esterna, autonoma e osservativa, alla ricerca di un’oggettività deformata: mostra i personaggi dall’esterno, li dispone nello spazio e lascia che i comportamenti e i dialoghi rivelino il mondo in cui sono intrappolati. Questa distanza non è una forma di distacco assoluto, ma lascia spazio all’osservazione, senza suggerire continuamente come interpretare ciò che accade. Mi interessava che le contraddizioni dei personaggi emergessero dalla situazione stessa, dal modo in cui reagiscono e dal loro tentativo di affermare ciascuno la propria ragione. È in questa distanza che il registro del film oscilla tra il comico e il grottesco, senza che l’uno annulli l’altro.
Marco Vitelli