FESTA DEL CINEMA DI ROMA 21 - "Il Ghiaccio in Tasca. Mio Padre
Giuseppe Sinopoli"- Il "direttore" Giuseppe Sinopoli
Una strada di Venezia e, fianco a fianco, Bruno Maderna e un giovanissimo Giuseppe Sinopoli, colti in una foto casuale. È da questa immagine che il figlio Giovanni comincia a ricomporre la figura di un padre scomparso all’improvviso venticinque anni fa. Già a diciott’anni Giuseppe leggeva la Fenomenologia dello spirito, e a Venezia frequentava i corsi di un’istituzione musicale che oggi non esiste più, formandosi accanto a maestri come Luciano Berio e Franco Donatoni. Prima del podio, la scrittura: Sinopoli nasce compositore, e solo in seguito diventa il direttore che il mondo ha conosciuto. Quello di Giovanni è il ritratto di un uomo che non ha mai saputo abitare un solo sapere. Medico, con una tesi sulle devianze criminali nella creazione artistica, maestro in musica, laureato in archeologia (tanto da insegnare l’egiziano antico ai figli), Sinopoli ha attraversato discipline lontanissime con la stessa ostinazione. Medicina, musica e archeologia, in fondo, sono tre modi di scendere sotto la superficie, tre strumenti per indagare il profondo. E il profondo, per lui, aveva sempre una partitura. “I direttori d’orchestra normalmente o disturbano l’orchestra o non l’aiutano. Solo i grandi direttori la aiutano”, si sente dire nel film. Sinopoli apparteneva alla specie rara di questi ultimi, e ciò che più di ogni altra cosa ha lasciato ai musicisti è la disciplina.
Scorrono i concerti del maestro, alternati a panoramiche ampie e suggestive sulle città della sua vita, da Venezia a Dresda. Fra un’esecuzione e l’altra si apre l’archivio privato della famiglia. Spuntano le fotografie, appare la moglie pianista, si accendono i filmini delle vacanze che girano sulle note dei suoi stessi concerti. Il direttore e il padre finiscono così per occupare la stessa inquadratura, e la musica dei grandi teatri si fa colonna sonora di un album di famiglia.
Poi un lungo intermezzo in Sicilia, dove a prendere la parola è anche Giuseppe Tornatore. Ma l’episodio che resta addosso è un altro. Una bambina prodigio coreana, appena vincitrice del Concorso Rostropovi, e un maestro che ai prodigi non crede e all’inizio si rifiuta di suonare con lei. La ragazzina è talmente brava che Sinopoli si ricrede. Un aneddoto minimo, eppure rivelatore: la grandezza sta nel saper rimettere in discussione le proprie certezze ogni volta che la musica lo pretende. Anche se si è Giuseppe Sinopoli. Lo sguardo si allarga infine al presente e al futuro della musica classica, fino al Venezuela di José Antonio Abreu e della fondazione da cui è nato il sistema delle orchestre giovanili venezuelane. Lì i concerti per i bambini diventano scuola di convivenza, un modo per imparare a stare insieme e uscire da condizioni difficilissime. È il ponte più solido fra padre e figlio, e suggerisce che quella disciplina tanto cara a Sinopoli fosse, prima di tutto, una forma di comunità.
Resta, sopra ogni cosa, il direttore. La sua lettura delle partiture univa un orecchio meticoloso a un rigore quasi clinico, capace di rendere trasparente la trama orchestrale senza raffreddarne l’espressione. Verdi, per lui, era paradossalmente più moderno di Wagner e di Strauss, e a Verdi la sua parabola resta legata in modo quasi simbolico. Il debutto operistico, nel 1978 a Venezia, fu con Aida, e con Aida si chiuse tutto, nell’aprile del 2001, quando un infarto lo colpì sul podio della Deutsche Oper di Berlino. In mezzo ci sono il Mahler inciso con la Philharmonia, gli anni alla Staatskapelle di Dresda e la Tosca del debutto al Metropolitan. Giovanni sceglie di ripercorrere quel cerchio con pudore, lasciando che a parlare siano i concerti più che la cronaca. È forse questo il modo di portare il ghiaccio in tasca di Giovanni, come gli aveva d’altronde insegnato il padre, lasciando alla musica il compito di attraversare la paura.
24/10/2026, 17:58