ALICE NELLA CITTA' 24 - "Lady Anna?": Vocazione o malattia
Il padre di Anna, violento e alcolista, muore davanti ai suoi occhi nell’interno squallido della loro casa, mentre la sta coprendo di insulti. Lei si è già allontanata altrove, rifugiata in una rappresentazione televisiva di Giovanna d’Arco, quando l’uomo inciampa e cade.
Mattia Caramanna tiene la macchina da presa vicinissima al volto della ragazza, che di quella morte coglie soltanto il senso di un presagio. È l’inizio di una vocazione, o di una malattia.
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Lady Anna, cortometraggio prodotto dalla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano su soggetto di
Matilde Lotti, segue la protagonista nei luoghi in cui la sua fantasia eroica si scontra con il mondo. A scuola Anna viene richiamata e derisa per l’armatura che porta addosso. Con la zia, figura sopra le righe incorniciata da un casco di paillettes, il confronto avviene in una discarica, in una delle scene più suggestive del corto, dove la ragazza oppone a ogni tentativo di dialogo una chiusura ostinata. Belle le inquadrature girate da dietro le strutture di un canile, che introducono il cimitero di automobili in cui Anna trova rifugio. Le grate filtrano lo sguardo e anticipano una condizione di reclusione che riguarda prima di tutto la sua mente.
Perché Anna, con ogni probabilità, sta sviluppando una schizofrenia. Le visioni di Giovanna d’Arco assumono i contorni dell’allucinazione, e la santa guerriera che all’inizio la proteggeva diventa la voce che la spinge, di fronte al bullismo, verso una vendetta terribile. Il passaggio dal rifugio immaginario al delirio è l’intuizione più interessante del racconto. L’eroina che dovrebbe salvarla finisce per perderla, ed è difficile stabilire in quale momento il confine sia stato superato.
Sul piano della scrittura, firmata da Lotti con Carolina Esposito e Leonardo Innamorati, il corto resta però frammentario. I passaggi fra un ambiente e l’altro procedono per blocchi, il campo scout in cui la zia la manda a farsi “rieducare” e il percorso psicologico della protagonista avrebbero bisogno di più spazio, e alcune svolte appaiono forzate. La messa in scena compensa in parte queste fragilità. La fotografia di Stefano Santucci lavora con cura sugli spazi degradati, dalla casa alla discarica, e i venti minuti trovano nella composizione delle inquadrature una coerenza che il racconto fatica a raggiungere da solo.
20/10/2026, 21:47