FESTA DEL CINEMA DI ROMA 21 - "Roberto Perpignani - L'Emozione
dei Tagli Impropri": Ritratto di un maestro del cinema
Nella grammatica classica del montaggio il taglio improprio è lo stacco che tradisce il raccordo. Uno sguardo resta senza controcampo, un gesto si interrompe un istante prima del dovuto, un salto d’asse sposta lo spettatore senza avvertirlo.
Roberto Perpignani lo considera un errore fecondo, perché nel punto in cui la continuità si spezza chi guarda smette di seguire la storia e comincia a sentirla. Con questa definizione si apre il documentario di
Marco Chiarini, e da qui prende avvio un discorso che, prima di arrivare al cinema, attraversa la storia dell’arte.
Goya mostra come una sola immagine possa racchiudere un tempo compresso, un intero racconto. Degas porta il taglio dentro il quadro, con le ballerine mozzate dal bordo della tela, le figure decentrate e le porzioni di scena escluse come in un fotogramma volutamente mal inquadrato. È già un’idea di inquadratura, e insieme di raccordo con ciò che resta fuori campo. Con Kubrick il ragionamento approda allo schermo. Nell’apertura di Shining la macchina da presa segue dall’alto l’auto di Jack Torrance lungo i tornanti. In principio l’inquadratura è descrittiva, oggettiva. Poi si avvicina, devia, sembra inseguire, e a quel punto lo spettatore la avverte come lo sguardo di qualcuno. Nessuno stacco segnala il passaggio, eppure la lettura dell’immagine ne esce mutata.
La parte biografica è un frammento di storia del cinema raccontato in prima persona. Perpignani esordisce come assistente sul Processo di Welles, nella sala di montaggio allestita alla Gare d’Orsay, e firma il suo primo film nel 1964 con Prima della rivoluzione di Bertolucci. Seguono il lungo sodalizio con i Taviani, i David di Donatello, oltre cento titoli. Gli aneddoti si susseguono con regolarità e senza compiacimento. Fra tutti spicca quello su Il Postino di Radford - il film segnato dalla morte di Massimo Troisi - e sulla sua presentazione a Venezia, per la quale l’allora direttore della Mostra Gillo Pontecorvo ricorse a ogni sorta di “sgambetto” pur di portarlo al Lido. Poi c’è Parigi. Chiarini regala a Perpignani una visita alla mostra che la Cinémathèque Française dedica a Orson Welles, e il montatore si ritrova, a più di sessant’anni di distanza, davanti al regista con cui tutto era cominciato, nella stessa città in cui montava.
Gran parte del film si svolge nella casa di Perpignani, fra scaffali colmi di libri e di cinema su cui sopravvivono gli strumenti di un’epoca in cui montare era un mestiere delle mani. Il dettaglio ha anche un peso tecnico. Quando tagliare significava scegliere un fotogramma sulla pellicola e giuntarlo a mano, ogni decisione aveva una consistenza fisica. Perpignani sembra custodire tutte le tecniche che hanno reso grande il cinema italiano, insieme ai rudimenti artigianali da cui sono nate. La sua casa pulsa di vita e di passioni, e la macchina da presa la percorre come si percorre un archivio vivo.
Il ritratto si compone per frammenti, e alcuni li restituiscono gli ex allievi del Centro Sperimentale, dove Perpignani ha formato generazioni di montatori. Ne nasce un volto alla maniera di Picasso, osservato da più angolazioni nello stesso istante. A scomporre i punti di vista, questa volta, è chi tenta di ricostruire i contorni di un uomo troppo grande per una sola inquadratura: padre e figlio, compagno, professionista instancabile di un mondo che oggi stentiamo a riconoscere.
A metà strada il racconto cambia direzione. Accanto al montatore affiora il Perpignani figlio, riconoscibile nelle fotografie di famiglia che riemergono dai cassetti della libreria. Sono immagini di grande qualità, e il loro ingresso sposta l’asse del film. Chiarini scopre che quel ritratto tocca qualcosa di suo, e il documentario diventa anche il resoconto di una corrispondenza fra i due, fra due modi di fare cinema e di trattare i sentimenti.
Il film mette in pratica la lezione che racconta. Il montaggio di
Natalie Cristiani, anche lei formatasi al Centro Sperimentale, procede per progressione e concede lo stesso statuto a ciascuna delle anime dell’uomo. È un documentario sui tagli impropri che fa del taglio il proprio argomento, e che affida all’incontro, non solo tra le immagini, il compito di generare senso ed emozione.
20/10/2026, 09:19
Olivia Fanfani