RIDER - Intervista a Dade, Kaze e Lorenzo Aloi
Dopo l'anteprima alla Settimana della Critica di Venezia e alcune anteprime in tutta Italia, dall'8 ottobre sarà in sala il film "
Rider", co-diretto da Davide Pavanello in arte "Dade" e da Roan Johnson, interpretato da Kaze, Lorenzo Aloi e molti altri (Claudio Santamaria, Levante, Rosa Chemical, Johnny Marsiglia, Ensi...).
Come è andata a Venezia, come l'avete vissuta?
DADE - «Il film lo avevo già visto 100 miliardi di volte, ma per la prima volta l'ho visto finalmente in una sala, con una umanità intorno che non ne sapeva nulla. Ero in apnea, odoravo la sala (bellissima, la sala Perla!), è stato molto emozionante. Poi siamo riusciti a portare tutto il cast, c'eravamo tutti, è stato bellissimo!».
KAZE - «Davvero assurdo, una di quelle cose che speri succeda nella vita, ma non pensavo così presto nella mia carriera! Non me lo aspettavo, davvero: bellissimo, intorno avevamo persone che amano il cinema, ricevere lì complimenti è stato fenomenale, non capivo niente davvero».
ALOI - «Sono poco oggettivo, ero stralunato! Ho avuto la sensazione che ci fosse sorpresa in sala, è stato bello, per me poi era la prima volta che lo vedevo intero, "sentirlo" così è stato speciale».
"Rider" è un film con una struttura molto particolare: un non-musical, un disco che si vede, un film che si sente...
D - «Tutto è nato prima dalla musica, abbiamo scritto 8-9 brani, poi abbiamo scritto una sceneggiatura "normale". Ma a un certo punto il progetto era dato per morto, finché due produttori ci hanno dato fiducia. Il problema (era luglio) era che dovevamo finire tutto entro dicembre! Con Roan ci siamo detti: già è un progetto folle, facciamo la pazzia del tutto, spingiamo di più, facciamo anche i dialoghi in rima!».
K- «Non è stata una passeggiata, è stata una grossa sfida, ma è bello provare fino a dove riesci ad arrivare per fare le cose bene. Non ho mai legato così tanto su un set, e in così pochi giorni di riprese».
L - «C'erano molti paletti tra cui muoversi, la scrittura è stata di grande aiuto: arrivare alla rima, devo dire, non è stato poi difficilissimo. E' stato il set più libero mai vissuto in vita mia, è per me la cosa più preziosa».
Perché un film come "Rider"?
D - «In tutto quello che faccio c'è un po' di politica, è così per tutti, credo. Ho iniziato a scriverlo in pandemia, quando questo tipo di lavoro è scoppiato. Ma non volevo fare un film sulla loro condizione, il rider è anche - come significato letterale - anche un "cavaliere" e Sami lo è nel film, in più modi. Il titolo non convinceva i produttori, ma ci siamo imposti e siamo contenti così».
Un film ambientato a Milano ma girato a Torino.
D - «Io sono profondamente legato a Torino, sono orgogliosamente torinese. Roan no, è pisano e voleva girare a Milano. Per me questa storia può succedere ovunque, davvero, e ci tenevo fosse girata nella mia città, che per me è l'ambientazione perfetta: non è stato facile farla passare per Milano. Abbiamo girato 21 giorni qui e solo uno a Milano, per riprendere gli esterni più riconoscibili».
E per il futuro?
D - «Per me ora è il momento del cinema! Mi sento pronto per proseguire, anche da solo come regista. Sono sempre stato un po' incosciente, se mi diverto e ho un'idea so come andare in fondo. Il cinema ti obbliga a delegare tanto, lo sto imparando: quest'inverno penserò al futuro, ho diverse idee ma mi serve aiuto per capire come realizzarle».
05/10/2026, 16:08
Carlo Griseri