GIORNATE DEGLI AUTORI 23 - "Uno si Distrae al Bivio": Riportare
in vita il pensiero e i versi di Rocco Scotellaro
Alle Notti Veneziane delle Giornate degli Autori, dove ha debuttato in prima mondiale, U"
Uno si Distrae al Bivio" di
Alessandra Lancellotti arriva già scardinato rispetto a ogni aspettativa di genere. Non c'è una narrazione da seguire nel senso tradizionale, e nemmeno la biografia si offre come chiave di lettura immediata. Il film preferisce definirsi da sé – "western contadino cantato" – un'etichetta che suona quasi provocatoria, eppure coglie nel segno: qualcosa a metà tra documentario di creazione e ricerca antropologica, con la poesia a incrinare i confini tra i due registri.
Dietro c'è l'urgenza precisa di riportare in vita il pensiero e i versi di
Rocco Scotellaro. Figura simbolo della civiltà rurale lucana, qui diventa una specie di presenza spettrale che attraversa la Basilicata di oggi, quasi un fantasma che continua a parlare. Il film è stato realizzato da Caucaso insieme a Fedelissimi, con il sostegno di Lucana Film Commission e Film Commission Torino Piemonte, e ha trovato la sua forma, quella definitiva, quella che vediamo, nella residenza Itineranze Doc.
Paesaggi brulli, campi di grano riarsi, vecchi poderi ormai abbandonati. La macchina da presa si posa su uomini e donne intenti a compiere gesti antichi, quasi rituali, senza la fretta di spiegare nulla e scongiurando così eventuali cedimenti didascalici. Il rimando ai codici del cinema di frontiera è evidente, ma è altrove che il film gioca la sua partita più interessante: nel suono. Che qui è il vero motore dell'opera, il suo cuore pulsante che non si limita ad accompagnare.
I versi di Scotellaro vengono quindi intonati, cantati dai protagonisti (Antonio Guastamacchia, Angelica Brienza, Daniele Onorati) recuperando così la tradizione orale e il canto di lavoro del Mezzogiorno. Attorno a questo canto si costruisce una fonosfera naturale curata fin nel dettaglio più minuto, a partire dal vento sui calanchi, passando per lo stridore degli attrezzi, o i silenzi che sembrano trattenere il fiato. Le musiche fanno il resto, mescolando sonorità arcaiche a chitarre essenziali, con echi dilatati che strizzano l'occhio al western - un contrasto tra passato e presente che il film non prova mai a sciogliere.
Nel tessuto visivo del film, infatti, i momenti che scandiscono la dimensione rituale della comunità non si riducono a reperti d'archivio montati ex post, ma ne rievocano l'estetica pura. Lancellotti evita infatti il ricorso al footage d’epoca, scegliendo invece un'operazione di finzione etnografica dove le immagini di oggi si impregnano della grana e della misura del cinema di un’altra epoca.
I gesti e le celebrazioni diventano così performance rituali attuate nel presente, dove la memoria antica e la corporeità contemporanea si sovrappongono fino a confondersi. È una mossa che affranca il film dalla trappola del documento congelato, lasciando che le scene mantengano una patina arcaica, e insieme una fattura viva che ricorda che il rito non appartiene alla cristallizzazione della memoria storica, bensì a una memoria fisica che ancora abita il paesaggio lucano.
Il "bivio" del titolo è quello davanti a cui si trova una comunità intera, con il rischio concreto di veder morire un sapere che ha secoli alle spalle. Uno si distrae al bivio, per chi scrive, è prima di tutto un gesto di resistenza culturale. Un poema visivo e sonoro che riesce nell'impresa non scontata di far sembrare la voce di Scotellaro ancora viva e capace di vibrare qui, adesso.
11/09/2026, 21:00
Olivia Fanfani