VENEZIA 83 - "Il Primo della Classe": Tra realtà
e manipolazione digitale nell'era dell'intelligenza
artificiale e dei deepfake
Presentato come evento speciale al’83. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, "
Il Primo della Classe" di
Andrea Ricciotti affronta con lucidità il tema del confine sempre più labile tra realtà e manipolazione digitale nell'era dell'intelligenza artificiale e dei deepfake. Ricciotti sceglie di calare questa riflessione in una vicenda concreta e riconoscibile, quella di un adolescente "perfetto" travolto da un'accusa di molestia da parte dell’ex fidanzata, mettendo in scena le dinamiche di potere che attraversano oggi i rapporti tra ragazzi e percezione pubblica.
Il corto nasce all'interno del contest "La Realtà che non Esiste", ideato da One More Pictures in collaborazione con Rai Cinema e dedicato a storyteller under 35. La produzione è firmata da Gennaro Coppola, con un cast di giovanissimi che vede la partecipazione straordinaria di Gian Marco Tognazzi.
Il deepfake, nell'immaginario più comune e purtroppo più frequente, nasce dentro dinamiche precise di controllo e sul bisogno di umiliare pubblicamente un corpo (spesso femminile) che non si è piegato a un desiderio o a un'aspettativa. È lo schema che conosciamo, quello in cui la tecnologia offre alla violenza di genere una potenza di diffusione e una capacità di persuasione visiva mai avute prima. Ricciotti ribalta radicalmente questo schema. Vincenzo, il "ragazzo perfetto" si trova a dover mettere in discussione la veridicità di un video che lo ritrae mentre compie un atto di violenza. Il dispositivo del dubbio, qui, non serve più ad accusare, ma a difendersi, è il presunto colpevole a dover dimostrare che l'immagine mente, ribaltando il rapporto di forza tipico di questi casi in cui solitamente è la vittima a dover provare che il video è falso e a scontrarsi con l'incredulità di chi le sta intorno.
Il deepfake, da arma offensiva diventa quindi un possibile scudo, aprendo un cortocircuito etico e percettivo molto più complesso. Se un video può essere falsificato per accusare ingiustamente, può altrettanto essere invocato come falso per accusare?
Se il sospetto sulla veridicità di un'immagine può diventare esso stesso uno strumento di manipolazione allora la sola alfabetizzazione al non fidarsi di ciò che si vede non basta più, anzi rischia di ritorcersi contro le vittime reali. Serve una regolamentazione delle piattaforme e delle aziende tech che renda tracciabile l'origine dei contenuti, con obblighi di trasparenza sugli strumenti di generazione, cosicché il dubbio non resti un'arma retorica affidata a chi la sa usare meglio, ma trovi un riscontro verificabile. Senza strumenti tecnici di autenticazione condivisi, la parola di chi ha più credibilità sociale finisce sempre per prevalere sulla parola di chi ha meno voce. Qui la formazione a scuola diventa pertanto insostituibile come educazione a un pensiero critico più sofisticato per capire che un video può mentire, ma anche che la messa in dubbio di un video può essere a sua volta uno strumento di potere. È una competenza che richiede tempo, continuità e professionisti capaci di accompagnare i ragazzi dentro queste ambiguità, non bastano campagne informative isolate. Solo un percorso strutturato di educazione digitale e affettiva può insegnare a leggere non solo le immagini, ma anche le strategie retoriche di chi le manipola o le mette in discussione per convenienza. Il film ci ricorda inoltre che la violenza di genere non si combatte solo riconoscendo i suoi segnali più evidenti, ma imparando a diffidare anche di chi, per posizione, fascino o consenso sociale, sembra il meno sospettabile.
08/09/2026, 20:00
Olivia Fanfani