FILM FESTIVAL DELLA LESSINIA 32 - I vincitori
Al regista franco-irlandese Alexander Murphy la
Lessinia d’Oro, il massimo riconoscimento in assoluto del
Film Festival della Lessinia. Alla trentaduesima edizione della rassegna cinematografica internazionale dedicata a vita, storia e tradizioni in montagna trionfa il film "
Goodbye sisters" (Francia, Nepal 2025). È stato scelto tra i 22 film in concorso tra le 83 opere presentate quest’anno, provenienti da 43 Paesi e presentate in dieci giorni di proiezioni, dal 21 al 30 agosto, sul grande schermo del Teatro Vittoria di Bosco Chiesanuova (Verona).
La Giuria internazionale - composta da Helene Christanell (Italia), Azza Hourani (Giordania), Vanina Lappa (Italia), Diogo Varela Silva (Portogallo), Matthäus Wörle (Germania) - ha dato questa motivazione per l’autenticità, l’originalità, la storia umana e la ricchezza cinematografica: “
Con immagini bellissime e indimenticabili che rimangono impresse a lungo, anche dopo la fine del film, questa è un’opera che ci invita a fare un passo indietro, a fare un respiro profondo e a vivere il momento. Attraverso le vite delle sue protagoniste, il film apre una finestra su una società e uno stile di vita raramente rappresentati sullo schermo. A 5.000 metri sul livello del mare, il paesaggio non è solo uno sfondo, ma parte integrante della loro realtà, che plasma le loro vite, le loro scelte e i legami che le uniscono. Al centro della storia c’è un racconto profondamente commovente sulla femminilità, sull’amore incondizionato tra sorelle e sulla straordinaria resilienza di una famiglia”.
Da Kathmandu, Jamuna accompagna la sorella minore in quello che potrebbe essere l’ultimo loro viaggio nel piccolo paese sulle montagne del Rukum Est, nel Nepal Occidentale. Lassù vivono, con i genitori, altre due sorelle. Sugli strapiombanti costoni delle cime himalayane, a oltre cinquemila metri, in autunno si raccoglie lo yarsagumba, parassita metà fungo e metà insetto, ricercatissimo come afrodisiaco ed energizzante. Venderlo permetterebbe alla famiglia di sostentarsi e a Jamuna di pagare gli studi in Giappone. Il ritorno al villaggio è l’occasione di riunire le quattro sorelle, consapevoli delle diverse strade di vita intraprese, da quella di restare a vivere, moglie e madre, nel villaggio, a quella di studiare lontano. Sarà forse l’ultima occasione di essere tutte e quattro insieme con gli anziani genitori. Alexander Murphy, intenzionato a girare un film sulla raccolta dello yarsagumba, ha ispirato la sua storia alla reale vicenda di Jamuna, incontrata nelle sue ricerche lassù, filmando il suo vero, ultimo viaggio per dire addio ai genitori e alle sorelle, in immagini e dialoghi di profonda tenerezza.
Il
premio Lessinia d’Argento per il miglior lungometraggio è andato a "
Raději zešílet v divočině" di (Repubblica Ceca, Slovacchia 2025) del documentarista Miro Remo, nato nel 1983 a Ladce, nella Slovacchia nord-occidentale. Così si è espressa la Giuria internazionale: “
Il film che abbiamo scelto inizia in un piccolo mondo apparentemente isolato, per poi aprirsi lentamente ad una realtà molto più vasta. Il regista resiste alla tentazione di definire i propri personaggi. Li affronta invece con lo stesso senso di libertà che sembra guidare le loro vite, permettendo al film stesso di rimanere aperto, imprevedibile e vivo. Nelle loro contraddizioni, nelle loro peculiarità e nel loro modo singolare di stare al mondo, il film trova gradualmente la propria forma. Quella che a prima vista può sembrare una piccola storia diventa qualcosa di molto più ampio: una riflessione sulla libertà e sull’appartenenza, sullo scorrere del tempo e su cosa significhi scegliere il proprio modo di stare al mondo. Un film di grande umanità, in cui la libertà non è solo ciò che viene rappresentato, ma anche il modo in cui il film sceglie di guardarlo”.
Si arrampicano sulle piante, urlano, fumano spinelli, si parlano da una parte all’altra del muro che hanno costruito per dividere la loro casa, dormono tra i cavolfiori, inseguono, decapitano e squartano una gallina, vagano nudi per il bosco, fanno il bagno di ortiche e se le mangiano crude, leccano un rospo, giocano a braccio di ferro e vince l’uno dei due che è senza un braccio, mentre una vacca parlante racconta la loro storia. Sono František e Ondřej, due gemelli che vivono in un'isolata fattoria della Selva Boema. La loro storia sembra uscita da una fiaba. E allora, perché non costruirsi delle ali, come quelle disegnate da Leonardo a Da Vinci, e provare a volare gettandosi dal letamaio? Nella frenesia della loro rocambolesca quotidianità i due parlano, con nostalgia, di donne e di amore, per poi suonare la fisarmonica nel tramonto. Oltre al rapporto simbiotico tra i gemelli, segnato dall’ansia di avventura e di libertà dell’uno e dal bisogno di pace e stabilità dell’altro, nei dialoghi emergono temi come il destino dell’anima, il ricordo della lotta politica, il rapporto con la morte. Un ritratto folle di due poeti della vita.
Ad aggiudicarsi la
Lessinia d’Argento per il miglior cortometraggio è stato "
Inherited silence" (Georgia 2025) della regista e sceneggiatrice georgiana Mariam Bakacho Khatchvani. Per la Giuria internazionale: “
Il premio va al film che ci ha sfidato a guardare oltre ciò che è immediatamente visibile. Attraverso immagini di grande bellezza, la storia accade tanto al di là dell’inquadratura quanto al suo interno; nel sottotesto, nei silenzi e in ciò che rimane non detto. Sottili ma profondamente efficaci, le scelte della regista si rivelano con delicatezza, lasciando un’impressione duratura e commovente. Il film valorizza le donne, ma osa mettere in discussione una realtà dolorosa: che le donne stesse possano perpetuare i sistemi che le ostacolano”.
Tornata dall’Europa nel suo piccolo villaggio sulle montagne della Georgia, Nata si trova a confrontarsi con usanze che sembrano aver già scritto il suo destino di moglie e di mamma. Ma lei sogna una vita diversa e a poco servirà l’opposizione delle donne del villaggio che la spingono ad accettare le tradizioni e a mantenere una facciata di normalità. Dopo aver subito l’ennesimo episodio di violenza per mano del marito, Nata deciderà di non soccombere e di lottare per la sua dignità.
Il
Premio della Giuria è stato assegnato invece a "
La voix du troupeau" (Svizzera 2026) dei registi Matthias Joulaud e Lucien Roux. La Giuria internazionale si è così espressa: “
I registi ci portano con delicatezza e grande sensibilità al fianco di Didier, un allevatore sordomuto dell’Alvernia. Il protagonista ci insegna la sua personale lingua dei segni, con cui si apre a noi spettatori e al mondo. Ci mostra un modo altro di sentire e di comunicare con gli esseri viventi e grazie al quale superare le dure prove della vita. I suoni di Didier e la splendida colonna sonora ci accompagnano nel rapporto con il suo mondo”.
Per comunicare con i suoi familiari e con i suoi compaesani, Didier, sordo dalla nascita e analfabeta, ha inventato una propria e originale lingua dei segni. Non gli è necessario utilizzarla, tuttavia, per comunicare con le mucche della famiglia Maury, animali che alleva con amore, in una fattoria dell’Alvernia. Nel lavoro e nel rapporto con le bestie Didier ha trovato conforto dopo la morte di Claude, l’amato fratello. Il vuoto, da allora, è colmato dall’affetto della famiglia presso cui lavora, in particolare dal tenero e giocoso rapporto con la giovane figlia. Quando le difficoltà che mettono in crisi il mondo dell’allevamento costringono i Maury a vendere le bestie, Didier sarà messo a dura prova, dovrà confrontarsi con le proprie paure e reinventare i rapporti con gli altri. I registi, mescolando immagini ad animazioni, ci accompagnano nella sua quotidianità, affidano il racconto alla sua lingua dei segni, senza tradurla e sottotitolarla, tanto risulta universale nella sua unicità. Senza indugiare in retorica, raccontano Didier non come persona disabile ma come uomo.
Per l'approccio poetico e l’incantevole animazione una
Menzione speciale della Giuria internazionale è stata assegnata a "
Fačuk" (Croazia, Slovenia 2025), primo corto della regista croata Maida Srabović.
Un fačuk è un figlio illegittimo, un peccato mortale per la donna incinta che si aggira per la campagna e da cui tutti stanno lontani. La paura cresce dentro di lei, avanza l’ombra, si scatena una tempesta, viene scavata una tomba, si alzano mani minacciose ad afferrare il bambino e portarselo via. «È il figlio del peccato», gridano maschere inquietanti. Infine un fiume travolgerà i villaggi e i suoi abitanti, con la loro ottusa mentalità, e su quelle colline potrà tornare a germogliare la vita.
Il
Premio al Futuro ai migliori registi giovani è stato attribuito a Matthias Joulaud e Lucien Roux per "
La voix du troupeau" (Svizzera 2026). Il riconoscimento è concesso dal Curatorium Cimbricum Veronense in memoria di Piero Piazzola e Mario Pigozzi. Questa la motivazione: “
Per la delicatezza e la tenerezza con cui i giovani registi hanno affrontato il tema della disabilità di Didier. Le sue difficoltà linguistiche non gli impediscono di interloquire con gli altri e con gli amati animali mediante un suo originale linguaggio gestuale (la sua ‘lingua madre’), comprensibile a chiunque, anche senza sottotitoli, fino a rendercelo particolarmente simpatico”.
Il
Premio Montagne Italiane della Cassa Rurale Vallagarina è stato consegnato al regista cagliaritano Andrea Mura per "
Il primo suono" (Italia 2026). Il film, si legge nella motivazione data dai giurati, “
testimonia che, per ogni essere vivente, la musica viene prima della parola ed è imitazione dei suoni della natura, riconoscendo a quest’ultima la vera essenza di una lingua madre universale, ancestrale e immortale. Giancarlo Murranca, diretto con sensibilità da Andrea Mura, è esempio di come bellezza e armonia possano aiutarci ad affrontare la quotidianità della vita anche quando è difficile”.
Giancarlo Murranca è un percussionista e costruttore di strumenti musicali. Invita il regista nel suo “rifugio” sulle montagne della Sardegna, dove intende costruire un m’bira che sarà forse l’ultima. Malato fin dalla nascita di spina bifida che gli provoca dolori atroci, non usa la morfina ma la marijuana, lottando per il suo uso terapeutico. «Se suono sono in paradiso, come smetto sono all’inferno», confessa. Il lavoro di costruzione dello strumento è accompagnato dai suoi racconti: «Il suono deve essere come quello dell’acqua», dice. E quando lo vediamo suonare nel bosco, troviamo il senso profondo della sua filosofia: «La musica è imitazione e l’Uomo, fin dalle origini, cerca di imitare quello che sente in Natura». Il film alterna l’indagine documentaristica all’animazione, in un dialogo che si fa intimo e che arriva a toccare i gangli sensibili della vita di Giancarlo e dell’esistenza umana: «Amplificare il bello e te ne vai libero: si chiama morte».
Ad ottenere il
Green Planet Movie Award per la migliore opera cinematografica della sezione FFDLgreen è stato "
Frost uten snø og is" (Norvegia 2026) del documentarista norvegese Asgeir Helgestad, presentato in anteprima italiana. Recita la motivazione: “
Il regista affronta un tema solo apparente romantico. I cambiamenti climatici stanno causando la fusione del ghiaccio marino nell’Artico, mettendo in crisi il difficile rapporto tra la natura selvatica e l’essere umano. Attraverso la ricerca e l’osservazione della vita di un’orsa nel corso degli anni, il film denuncia come, modificando irreversibilmente l’habitat, diverse specie, tra le quali gli orsi polari, non trovando cibo a sufficienza, si avvicinano sempre più ai centri urbanizzati e vengono abbattuti. Un ciclo inesorabile che dà l’idea di come l’uomo pare non saper più mantenere un rapporto di equilibrio e rispetto con la natura, che presto ci riconoscerà come specie obsoleta e ci spingerà all’estinzione”.
Per dieci anni il fotografo norvegese Asgeir Helgestad ha seguito la vita di un’orsa polare di nome Forst alle Svalbard: il luogo del mondo dove la temperatura sta aumentando più velocemente, provocando la scomparsa progressiva dei ghiacci e lasciando una distesa di fango. In dieci anni Forst ha dato alla luce otto cuccioli. Entrambi i primi di loro, Snow e Ice, sono stati uccisi per essersi avvicinati troppo agli umani, in cerca di cibo, o forse perché gli umani, con le loro abitazioni, motoslitte, elicotteri e perfino videocamere, si sono avvicinati troppo al loro ambiente di vita. Con empatia profonda e immagini ricercatissime, il protagonista e regista diventa anche narratore, e nel raccontare la vicenda di Forst apre uno squarcio di riflessione sull’impatto della specie umana sulla vita delle specie animali. Le immagini superbe delle isole Svalbard fanno da contraltare alla drammatica lotta per la sopravvivenza degli orsi e al “diritto” degli umani di sparare e ucciderli.
Una
Menzione speciale del Green Planet Movie Award è stata attribuita al corto "
Biir gardi" (Ciad 2025) del regista statunitense cresciuto in Ciad Bentley Brown e dell’attivista ciadiano Tahir Ben Mahamat Zene. "
Il film" - si legge nella motivazione - "
ci conduce nel cuore dell’Africa sahariana e subsahariana, senza retorica e senza imporre allo spettatore uno sguardo soggettivo. Attraverso la semplicità e la potenza del linguaggio cinematografico, ci mette di fronte a una realtà che riguarda tutti noi: l’acqua, la terra, la sopravvivenza e il futuro dell’essere umano. La forza del film risiede soprattutto nella scelta di concentrare l’intero racconto attorno a un luogo e a una figura: il pozzo e Youssif, il cui volto e la cui voce diventano testimonianza concreta di un territorio progressivamente svuotato dall'inaridimento. Il pozzo smette così di appartenere soltanto a Youssif e al Ciad: diventa il “pozzo dell’umanità”. Il film riesce a evitare una contrapposizione semplicistica tra vittime e responsabili: attraverso la testimonianza del protagonista emerge piuttosto l’ingiustizia di una crisi globale i cui effetti più drammatici ricadono su popolazioni che solo in misura marginale, hanno contribuito a determinarla”.
Attorno a un pozzo, nell’arida distesa di sabbia della regione di Batha, in Ciad, Youssif racconta di quando lì, un tempo, c’erano villaggi e bestiame. Ora è solo deserto e le persone e gli animali rimasti sono pochi. I nomadi convengono così presso questo pozzo che è una delle ultime fonti d’acqua a cui possono abbeverare le loro bestie, decimate dalla siccità che insieme con la presenza dei pastori ha cancellato anche le capanne, costruite con terra e paglia, che un tempo punteggiavano l’orizzonte. Così, coloro che sono i meno responsabili della crisi climatica, sembrano doverne pagare il tributo più pesante. Indugiando sapientemente sui primi piani e con il racconto coinvolgente del protagonista, il film ci restituisce con forza il problema della carenza d’acqua e ci induce a una riflessione sulle conseguenze che il nostro stile di vita provoca a migliaia di chilometri di distanza, in una terra assetata anche per la nostra ingordigia e avidità.
La Giuria dei detenuti della Casa Circondariale di Verona ha votato come miglior film del
Premio Microcosmo "
Zweitland" (Austria, Germania, Italia 2025) del regista Michael Kofler. Questa è la motivazione data dai giurati: “
Nell’inutile devastazione delle guerre, la strategia della violenza, giocata nella definizione dei confini, si infiltra fra le persone, portando lacerazioni nelle comunità, nelle famiglie e nelle vite individuali. Così avviene quando, per realizzare sogni personali, non si tiene conto degli effetti sulle vite altrui. L’incapacità o la mancanza di volontà di trovare strade alternative alla soluzione dei conflitti amplifica e alimenta rabbie, rancori e violenza assopita pronta a riaccendersi, nella perdita del senso di umanità. Solo le ragioni del cuore illuminano il desolante paesaggio, ispirando una soluzione che si realizzerà dopo tanto tempo e tanta inutile sofferenza”.
Due fratelli affrontano in modo diverso le tensioni etniche dei primi anni Sessanta, in Alto Adige, culminate con gli attentati dinamitardi separatisti del 1961. Paul, animo d’artista, desidera partire per Monaco e nella grande città coltivare la sua passione per il disegno e la scultura. Il fratello maggiore, Anton, è convinto sostenitore delle ragioni della minoranza di lingua tedesca ed è disposto a combattere, senza compromessi. Coinvolto in un attentato, è costretto a fuggire, lasciando che della fattoria, della moglie e del figlioletto si occupi, suo malgrado, Paul. Ecco che le circostanze intralciano il progetto di vita di quest’ultimo, celato da quelle lenzuola che coprono le sue sculture come le sue passioni e le sue paure. Gli eventi precipitano e infrangono i sogni di entrambi. Un affresco di un periodo storico controverso, in cui, nella finzione, emergono, accanto al racconto di fatti storici ancora non del tutto chiariti, le relazioni familiari e sociali che hanno segnato la storia recente dell’Alto Adige-Südtirol.
Ad ottenere il
Premio del Parco della Lessinia per la miglior opera cinematografica che indaga il rapporto tra l’Uomo e l’ambiente montano è stato "
Anguane, voci dell’acqua" (Italia 2026) del regista e sceneggiatore Giovanni Pellegrini. Questa la motivazione: “
L’Ente Parco della Lessinia desidera premiare il film Anguane, le voci dell’acqua, un viaggio tra immaginazione e realtà, dalle Dolomiti e le Prealpi fino a Venezia, raccontando il delicato rapporto tra l’uomo e l’acqua. Attraverso il fluire di torrenti e fiumi, dalla superficie al sottosuolo, il film fa emergere con delicatezza il lavoro di biologi, speleologi, operatori e volontari che, come avviene anche nel Parco della Lessinia, si mettono a disposizione per sviluppare collaborazioni volte a tutelare la fragilità degli ecosistemi acquatici, richiamando e riportando l’attenzione su un tema vitale, troppo spesso dimenticato. Il film restituisce all’acqua “anguana” il suo ruolo di protagonista, come elemento fondamentale nell’equilibrio tra uomo e natura, la cui importanza non può ricevere attenzioni solo nei momenti critici o di necessità, ma che è necessario valorizzare e proteggere attraverso buone pratiche quotidiane che ognuno di noi deve attuare, nonché con il lavoro costante di tutti gli enti preposti”.
La performer Maria Roveran cerca suoni e tracce delle anguane, le dee dell’acqua dell’immaginario popolare veneto. Il suo percorso segue un fiume immaginario che scorre tra le Dolomiti e la Laguna di Venezia. Ma la sua ricerca è anche di qualcosa e di qualcun altro, come se le anguane fossero il pretesto per approdare a un’esperienza sensoriale in cui suoni e paesaggi diventano strumenti per entrare in relazione con l’acqua. Accanto a Maria, il film racconta le attività di biologi, speleologi e attivisti ambientali impegnati a documentare o a proteggere gli ecosistemi acquatici sempre più minacciati dall’inquinamento e dal consumo del suolo. A mano a mano che il fiume scende verso il mare, i luoghi delle anguane appaiono sempre più vulnerabili e il paesaggio rivela con crescente evidenza il nostro rapporto predatorio e distruttivo con l’ambiente. Intrecciando mito, musica e scienza, il film è un viaggio immersivo e una riflessione sul nostro legame con l’acqua.
Il
Premio del pubblico è andato a "
Frost uten snø og is" di Asgeir Helgestad.
Il
Premio dei bambini è andato ad "
América" (Perù 2025) di Javier Arias-Stella, originario del Perù che ora vive a Los Angeles e si dedica a sviluppare storie incentrate sui personaggi per riscoprire se stesso attraverso il cinema.
América è una ragazzina peruviana che vive in un piccolo villaggio sulle Ande. La sua famiglia è molto povera e il padre esige il suo aiuto nei campi, così la ragazzina arriva spesso tardi a scuola. Vorrebbe tanto una bicicletta per poter arrivare in tempo, ma per potersela comprare deve escogitare un piano.
30/08/2026, 17:20